di
Daniele Manca
Il governatore della Banca d’Italia e l’idea di un patto tra pubblico, privato, cittadini e imprese che faccia dell’intelligenza artificiale il motore dello sviluppo e modernizzazione nazionale
Il capitolo si intitola in modo esplicito. «L’Intelligenza artificiale: la questione dell’adozione». E il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, sembra scandire ancor di più le parole quando affronta quel nodo irrisolto che se sciolto può garantire all’Italia quello sviluppo necessario al Paese. A condizione che lo sforzo sia comune e pervasivo. A cominciare dalle imprese piccole, medie e dalle filiere originate dalle grandi aziende. Uno sforzo di adozione che deve permeare l’intera società. È per questo che l’investimento pubblico, quella spesa spesso considerata improduttiva può nella realtà trasformarsi invece nella spinta decisiva «soprattutto nelle fasi iniziali» verso la modernizzazione del Paese.
Lo dice chiaro Panetta. «Lo Stato può agire da committente primario dell’innovazione. Orientando la domanda pubblica verso applicazioni avanzate in settori come sanità, energia, sicurezza, mobilità, può aprire nuovi mercati, ridurre il rischio per i pionieri e accelerare la diffusione di nuove soluzioni». Le parole risuonano nella Sala del Consiglio di Palazzo Koch. In una delle poche notazioni extra testo ufficiale, il governatore rivela che questa parte delle considerazioni si basa su uno studio di prossima pubblicazione sugli effetti sulla produttività grazie all’uso dell’intelligenza artificiale (AI nell’acronimo inglese). Cosa che spiega come ancora una volta la Banca d’Italia si confermi uno dei luoghi dove maggiore è il lavoro per combinare la conoscenza e studio della realtà con le possibili azioni utili alla comunità.











