È tornato a raccontare sua madre, bussola narrativa (conscia e inconscia) di ogni suo viaggio letterario. L’ultimo ha per titolo Kolchoz. Il termine kolchoz – che indica le aziende agricole collettive dell’Urss – a casa di Emmanuel Carrère però voleva dire altro: voleva dire rituale infantile, stare a letto tutti insieme. “Quando mia madre è morta io e i miei fratelli ci siamo ritrovati al centro delle stesse pareti, a fare per l ultima volta kolchoz”. La Russia, nei libri di Emmanuel Carrère, c’è sempre: è ossessione, origine e rovina. Destino. In questi giorni lo sceneggiatore, giornalista, regista e, sopra ogni cosa, scrittore e scalatore di classifiche – anche nei Paesi dove si ripete da anni che non si legge più, come l’Italia – è a Roma. Ha risposto alle domande che in conferenza gli ha posto la stampa estera a Palazzo Grazioli sulla sua ultima opera che si allarga a più generazioni, continenti. Storie apparentemente inesauribili, che attraversano tempi e spazi che gli corrono nel sangue. La stesura dell’ultimo romanzo ha richiesto un anno è mezzo: “Mi è piaciuto molto scriverlo, quattro generazioni, un secolo intero mi sentivo ricco e libero di starci dentro”. Tutti, quasi tutti, gli chiedono di Limonov – quel Eduard che l’ha trasformato in fenomeno letterario globale. Ma chi è Emmanuel, non ha il coraggio di chiederlo nessuno – e chissà se è questa la domanda che nessuno gli ha mai posto.
Carrère: "La guerra in Ucraina finirà male per Kiev"
Lo scrittore francese a Roma parla di guerra, Russia e del suo nuovo libro Kolchoz. Le sue parole fanno riflettere.











