L’inchiesta sui Tamburello punta al cuore del tesoro di Matteo Messina Denaro. Per la Procura, dietro società estere, immobili, conti e investimenti individuati tra Spagna e Andorra, ma anche tra Lussemburgo, Libano e isole Cayman, non ci sarebbero soltanto i proventi del narcotraffico di Giacomo Tamburello, ma una parte dei soldi della famiglia mafiosa del boss di Castelvetrano, accumulati con la droga e poi reinvestiti in circuiti apparentemente puliti. A indicare la strada è Giuseppe Bruno, imprenditore bagherese, uomo d’affari vicino a Cosa nostra e punto di riferimento di Giuseppe Calvaruso, detto «Gnometto». Dopo l’arresto in Brasile e l’inchiesta del Gico sugli investimenti nella regione carioca di Rio Grande do Norte, Bruno ha scelto di collaborare. Ora i suoi verbali collegano Palermo, Trapani, i Tamburello e Messina Denaro.Bruno non gioca un ruolo marginale: è la cerniera che, attraverso società e contatti, avrebbe accompagnato gli affari del gruppo Calvaruso anche fuori dall’Italia. Il Brasile, con il business delle arance e gli investimenti immobiliari, è stato un terreno utile a muovere capitali e schermare interessi. Ma il punto di caduta, in Sicilia, porta a Marsala: all’Heron’s Bay, il residence nella zona dello Stagnone che già in passato aveva fatto emergere tensioni e perdite dentro il gruppo criminale. È proprio l’Heron’s Bay a dare peso alle nuove dichiarazioni. Bruno racconta di avere conosciuto Giacomo Tamburello a Mazara del Vallo durante un incontro con Filippo Guttadauro. «In quell’occasione il Tamburello mi fu presentato», mette a verbale. Poi aggiunge la frase che per i pm vale come un marchio: «Dopo quel primo incontro ho sentito parlare più volte del Tamburello come uomo d’onore della famiglia di Campobello di Mazara, fu Filippo Guttadauro stesso a dirmelo». Il collaboratore colloca quel contesto negli anni in cui lavorava al progetto immobiliare di Marsala Birgi. Se avesse avuto problemi all’Heron’s Bay, spiega, gli era stato indicato il titolare di un autolavaggio vicino all’aeroporto, «uomo di riferimento per la famiglia di Marsala».Quel residence non è un dettaglio. Era uno degli affari in cui si erano incrociati Bruno, Calvaruso, ambienti della Kalsa, Toni Lo Manto, Nino Spadaro e Rodolphe Ballaera. Un investimento che avrebbe creato perdite e frizioni. Nell’affare comparivano Leader trading solution, rappresentata da Bruno, e Reignestate properties limited. Nella nuova indagine, però, il fuoco si sposta sui Tamburello e sul patrimonio che, secondo l’accusa, sarebbe servito a custodire e moltiplicare i soldi di Messina Denaro. Bruno parla delle rotte della droga e dei rapporti tra palermitani e trapanesi. «La maggior parte degli sbarchi di droga organizzati dai trapanesi avvenivano in Spagna», dichiara, e da lì lo stupefacente sarebbe arrivato in Italia «con i camion frigo per il trasporto del pesce». Aggiunge che i trapanesi non volevano più lavorare con i palermitani perché alcune forniture non erano state pagate e avevano aperto canali milanesi.Poi entra in scena Calvaruso. Bruno racconta che Francesco Maniscalco gli parlò di Tamburello e che Calvaruso, se fosse riuscito a prendere quel contatto, avrebbe potuto «organizzare un commercio di droga» verso Milano. Lui, dice, si tirò indietro: «Non volevo essere coinvolto negli affari di droga». Ma spiega perché Calvaruso cercasse proprio lui: conosceva i suoi rapporti diretti con Matteo Messina Denaro e il suo coinvolgimento in una operazione di riciclaggio da 74 milioni. Il passaggio più pesante riguarda il ruolo dei Tamburello per il boss di Castelvetrano. «La persona che io chiamo l’avvocato e il Tamburello avevano avviato questo traffico di stupefacenti per conto di Matteo Messina Denaro», spiega Bruno. Secondo il collaboratore, erano in grado di rifornire hashish e cocaina a prezzi più bassi rispetto ai calabresi: 24 mila euro al chilo, contro i trentunomila degli altri canali, purché il pagamento fosse «a vista». È qui che l’inchiesta cerca il tesoro: nei proventi della droga reinvestiti dai Tamburello e ricondotti alla famiglia mafiosa di Messina Denaro.A rafforzare il quadro arriva Vincenzo Spezia, uomo della famiglia di Campobello. Per lui Tamburello è «Cazzitieddu». Parla di «tonnellate di hashish», del Marocco, della Spagna, della Costa del Sol e dei «miliardi» fatti negli anni. Poi la frase che salda il racconto di Bruno alla tesi della Procura: Messina Denaro avrebbe preso «il 10 per cento sugli affari dei Tamburello della droga che vendevano in Europa». Il cuore dell’accusa è qui: non solo il patrimonio di un trafficante, ma una cassaforte della mafia, alimentata dalla droga e trasformata in società, immobili e investimenti. E Bruno, dopo il Brasile, indica dove cercare i soldi del padrino.