Su Rue de Rivoli, prima che la strada ceda la scena a Place de la Concorde e si apra la vista sulla Senna, una lastra di marmo sull'Hotel de Talleyrand ricorda il Piano Marshall. "Contro la fame, la povertà, la disperazione e il caos". Quattro parole incise sulla facciata di un palazzo intitolato a uno degli artefici del Congresso di Vienna: due tentativi, lontani quasi un secolo e mezzo, di dare ordine al caos. È da questa immagine, sobria e potente, che Mario De Pizzo sceglie di aprire Tempesta, da poco in libreria per Luiss University Press con la prefazione di Giampiero Massolo. La scelta non è casuale: perché il libro parla proprio di questo, di un ordine che scricchiola e di chi potrebbe ancora tenerlo in piedi.
De Pizzo aveva già percorso queste latitudini con L'America per noi (Luiss University Press, 2021), dove il rapporto tra l'Italia e Washington veniva letto attraverso le voci di diplomatici e decisori. In Tempesta la domanda si allarga fino a farsi oceanica: non più come si parlano gli alleati, ma se l'alleanza regge ancora, e su cosa poggia quando le fondamenta cedono. È un salto di scala, e si sente.
Reykjavík è la porta del Grande Nord. Con lo scioglimento dei ghiacci artici si aprono rotte commerciali che nessuno aveva ancora dovuto contendersi, e vengono a galla risorse minerarie che ridisegnano gli equilibri tra potenze. Il GIUK Gap, lo stretto tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito, non è più solo un corridoio strategico della Guerra Fredda: sottomarini russi, cinesi e americani si incrociano là sotto, in un equilibrio che nessuno chiama guerra ma che alla guerra assomiglia.






