Sei assoluzioni e una prescrizione: è questo l’esito del processo d’appello per gli ufficiali della Marina militare di Taranto coinvolti nell’inchiesta su presunte tangenti imposte ad alcuni imprenditori dell’indotto. Accusa che in primo grado – e adesso anche per i giudici della Corte - era stata riqualificata in induzione indebita. Assolto con formula piena e sentenza irrevocabile «per non aver commesso il fatto» l’ufficiale all’epoca dei fatti in servizio allo Stato Maggiore di Roma, Attilio Vecchi, che in primo grado era stato condannato a 7 anni. Mentre è stato dichiarato il «non doversi procedere» perché il reato nel frattempo è andato prescritto per l’ex vice direttore di Maricommi, Marco Boccadamo - difeso dall’avvocato Diego Maggi – condannato alla pena di 7 anni nel primo giudizio. Confermate le statuizioni civili, per il solo Boccadamo, nei confronti della «Aquatech srl», azienda rappresentata dell’avvocato Francesco Nevoli.
Infine sono stati assolti anche in secondo grado i 5 imputati che nel febbraio del 2023 il collegio aveva già giudicato nel merito dichiarando la loro completa estraneità alle accuse (nonostante fosse già scattata la prescrizione dei reati contestati): tra questi Riccardo Di Donna, Alessandro Dore, Giovanni Caso, Giuseppe Coroneo e l’ex vice direttore di Maricommi Giovanni Cusmano, ufficiale difeso dall’avvocato Gaetano Vitale che in fase di indagine si era dichiarato colpevole salvo poi ritrattare durante il processo. Il verdetto del primo giudizio non aveva tenuto conto della sentenza di Cassazione che aveva condannato definitivamente per concussione il primo ufficiale arrestato nell’inchiesta Roberto La Gioia. Finito in carcere l’allora comandante del IV reparto, La Gioia iniziò la sua collaborazione con gli inquirenti svelando l’esistenza del «sistema del 10 percento»: ogni imprenditore, in sostanza, era tenuto a versare tangenti del 10 percento del valore di un appalto per evitare di essere escluso dai successivi bandi di gara oppure l’allungamento dei tempi per i pagamenti. Nelle motivazioni della sentenza di primo grado i magistrati avevano ritenuto invece che dalle testimonianze rese nel processo dagli imprenditori fosse emerso che le richieste di mazzette per evitare ritardi nella liquidazione delle fatture o l’esclusione dalle future gare d’appalto «non assumevano mai la forma della minaccia esplicita, ma venivano presentate, piuttosto, come meri consigli».












