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Otto anni dopo la morte della 16enne Desirée Mariottini, stuprata e uccisa da quattro balordi dentro un tugurio nel quartiere romano San Lorenzo, il drammatico copione si è ripetuto in un altro edificio abbandonato, a Tor Cervara. Questa volta la vittima, una 32enne colombiana, è riuscita a sfuggire ai suoi aguzzini ma dopo aver subito giorni di violenze dentro uno dei tanti palazzi diroccati e occupati che puntellano la mappa della Capitale, zone franche dell’illegalità. A Roma secondo le stime più recenti sono circa 50 gli edifici completamente occupati, tra centri sociali, fabbriche dismesse e palazzine costruite a metà di cui sono rimasti scheletri di cemento, nascondiglio perfetto per chi vive ai margini della società. Luoghi come questi, oggi come nel 2018, per due giovani donne si sono trasformati nel teatro di un incubo. Ma la sensazione è che neanche tragedie simili bastino a scuotere chi dovrebbe cancellare queste trappole urbane.
Roma sotto choc: violentata per giorni in un palazzo occupato da un branco di stranieri
A San Lorenzo, al civico 22 di via dei Lucani, dove Desirée Mariottini è stata trovata senza vita, è spuntata una palazzina bianca, nuova di zecca. Tutto intorno però lo scenario è rimasto quello di otto anni fa, e tanti saluti al piano di riqualificazione annunciato dal Comune (che peraltro è proprietario solo di alcuni edifici dell’area) dopo la morte della ragazza. Le frequentazioni dei numerosi edifici diroccati che formano una sorta di enclave tra via dello Scalo San Lorenzo e via di Porta Labicana sono ancora decisamente poco raccomandabili. Il degrado è immutato, il rischio perenne. Al contempo, gli sgomberi quando arrivano sembrano sempre in ritardo. Il 6 novembre scorso sono stati liberati otto appartamenti in zona Cinecittà occupati abusivamente dai «latinos», gruppi di sudamericani habitué delle occupazioni - e spesso pure dei borseggi in metropolitana - che lo scorso anno sono riusciti a spostarsi con precisione scientifica da un palazzo vuoto a un altro, tra magazzini e centri d’accoglienza dismessi (Il Tempo ha contato almeno cinque «traslochi» in meno di un anno) dopo essere stati costretti a lasciare il covo iniziale, un hotel chiuso sempre a Cinecittà, sempre in via Eudo Giulioli, dove sono tornati pochi mesi dopo.











