Ci sono storie che scelgono di colpire con la forza del dramma e altre che preferiscono avvicinarsi in silenzio, quasi chiedendo il permesso di entrare, come nel caso di Ten to Six, il nuovo cortometraggio diretto da Alessio Rupalti. Non alza mai la voce, non cerca scorciatoie emotive e non forza lo spettatore verso una commozione programmata. Fa qualcosa di più difficile: osserva. Osserva il tempo che passa senza farsi notare. Osserva il peso dei rimpianti. Osserva quella zona fragile e spesso invisibile che esiste tra ciò che avremmo voluto fare e ciò che non siamo riusciti a fare. E soprattutto osserva chi resta. Perché Ten to Six parla di tumore al seno, ma lo fa scegliendo una prospettiva insolita, quasi laterale. Non guarda soltanto la malattia, guarda l’onda lunga che la malattia lascia dietro di sé. Guarda le persone che restano sedute accanto a un letto d’ospedale, quelle che continuano a cercare risposte quando ormai non esistono più risposte possibili, quelle che convivono con il peso di una domanda silenziosa e devastante: avrei potuto fare qualcosa di più?. Al centro della storia c’è un anziano fisico in pensione che, trentacinque anni dopo la perdita della moglie, sembra avere un’ultima possibilità di riconciliarsi con qualcosa che ha lasciato aperto dentro di sé. Ma il suo non è semplicemente un viaggio nella memoria. È un confronto con il tempo stesso. Con la sua crudeltà, con la sua velocità, con quell’illusione che accompagna tutti noi e che ci porta a credere di averne sempre ancora un po’. Ed è forse qui che il film smette di parlare soltanto di una malattia per iniziare a parlare di qualcosa che riguarda chiunque. Nelle risposte di Alessio Rupalti er questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie emerge chiaramente che Ten to Six non nasce dal desiderio di costruire un manifesto o impartire una lezione. Nasce piuttosto da una domanda personale, da una riflessione intima che negli anni sembra essere diventata sempre più urgente: la consapevolezza che il tempo non sia una risorsa inesauribile. La perdita dei nonni, il passare degli anni, l’impressione improvvisa che qualcosa stia scorrendo sotto i nostri occhi più velocemente di quanto immaginassimo. Una sensazione comune, universale, che nel cortometraggio prende forma attraverso dettagli minimi, silenzi e immagini che sembrano restare sospese. E forse è proprio questo l’aspetto più interessante del suo cinema: la volontà di non spiegare tutto. Alessio Rupalti sembra avere fiducia nello spettatore. Fiducia nella capacità di riconoscersi in uno sguardo, in una pausa, in una frase trattenuta a metà. Oggi che spesso il cinema sente il bisogno di dire, chiarire, sottolineare e spiegare ogni cosa, Ten to Six sceglie il rischio opposto: lascia spazio. Lascia spazio al dolore, che nel suo racconto non scompare mai davvero ma cambia forma. Lascia spazio all’amore, che per il regista rappresenta il vero centro del film, molto più della colpa o della perdita. E lascia spazio a una riflessione che continua a rimanere addosso anche dopo i titoli di coda: forse passiamo una vita intera a pensare di avere tempo per ogni cosa. Tempo per telefonare a qualcuno, per dire “ti voglio bene”, per essere felici, per prenderci cura degli altri o di noi stessi. Poi un giorno scopriamo che il tempo, in realtà, non ha mai aspettato nessuno. In questa conversazione con Alessio Rupalti abbiamo provato ad attraversare i temi che abitano Ten to Six: il rapporto tra razionalità e dolore, il peso delle assenze, il ruolo del cinema oggi e quella domanda semplice ma potentissima che il suo film sembra lasciare allo spettatore: cosa faresti se avessi la possibilità di tornare indietro nel tempo?