In un recente saggio, svolto in collaborazione con due colleghi economisti, abbiamo preso spunto dalla teoria istituzionale di Daron Acemoglu e James Robinson (Nobel nel 2024) per dimostrare che l’attrazione di investimenti diretti dall’estero (Ide), uno dei più potenti motori di crescita economica, sia determinato dai meccanismi che regolano le decisioni dei governi. Sebbene l’analisi verta su 144 diversi paesi nel periodo 1990-2018, i risultati ci conducono a fare qualche riflessione sull’Italia.L’analisi empirica condotta rivela che sia i regimi autoritari sia le democrazie caratterizzate da un’elevata competizione politica si distinguono per la capacità di attrarre i più alti livelli di Ide. Diversamente, regimi autoritari deboli e/o democrazie instabili, sono associate a bassi livelli di Ide. Nei paesi in cui la competizione politica è intensa e il margine di vittoria è ridotto, il governo in carica affronta la minaccia costante di essere estromesso dal potere. In questo contesto, consistenti afflussi di Ide creano posti di lavoro e alimentano la crescita. Da qui nasce il maggiore interesse a promuovere politiche favorevoli agli Ide per assicurarsi la rielezione. All’estremo opposto, sistemi autoritari consolidati affrontano poche rischi interni di perdita del potere. L’élite, fiduciosa nella propria permanenza, incoraggia gli Ide come fonte di arricchimento personale e consolidamento del regime.Ci sono poi le democrazie instabili, dove la sopravvivenza del governo è percepita come precaria e soggetta alle incertezze di maggioranze frammentate, spesso legate da opportunismi elettorali piuttosto che da una comune visione politica. E i sistemi autoritari deboli o in transizione dove chi governa teme un imminente rovesciamento. In entrambi i casi, l’orizzonte temporale dei governi in carica è breve e, pertanto, sono pochi gli incentivi a una crescita trainata dagli Ide.In che modo questi risultati possono aiutarci a comprendere il caso italiano e quali le implicazioni di politica economica che ne possiamo trarre? Dal Dopoguerra l’Italia ha avuto 69 governi, con una media di uno ogni 1,11 anni. Più di recente, negli ultimi 30 anni si sono succeduti 14 presidenti del Consiglio e 19 governi. Siamo quindi di fronte al caso di un sistema democratico instabile in cui l’impulso politico verso azioni visibili, spessocaratterizzato da sovraproduzione legislativa, prevale sulle scelte di politica economica che si caratterizzano per continuità strategica. Il sistema politico frammentato e instabile crea un paradosso: i governi non si sentono né abbastanza sicuri da adottare una visione di lungo periodo, né abbastanza minacciati da usare gli Ide in modo aggressivo come strumento elettorale.Inoltre, il caso italiano è un esempio della tensione tra crescita degli Ide e disuguaglianza interna. Negli ultimi anni, il pil pro capite delle regioni meridionali era pari a circa la metà di quello del Nord. Questa concentrazione geografica potrebbe rendere politicamente rischioso per qualsiasi governo presentare gli Ide come un successo nazionale: investimenti che affluiscono prevalentemente al Nord alimentano il risentimento politico nel Sud. Qualsiasi leader che promuova gli Ide senza un piano redistributivo potrebbe essere costretto a dover affrontare un costo elettorale significativo.Infine, se da un lato nei sistemi democratici la sopravvivenza del governo in carica sembra essere legata al successo economico del paese attraverso scelte di politica economica come quella di attrarre in misura sempre maggiore gli Ide, dall’altro le ben note debolezze istituzionali dell’Italia – lentezza della giustizia, complessità burocratica, percezione della corruzione – suggeriscono che i governi potrebbero non subire conseguenze elettorali sufficientemente severe per le scarse prestazioni economiche.Nell’ottica dei risultati raggiunti nel nostro saggio potremmo trarre il seguente insegnamento per il nostro paese i cui ritmi di crescita si sono tempo ridotti allo “zero virgola”: la via degli incentivi fiscali e/o della deregolamentazione per attrarre gli Ide potrebbe essere ampiamente insufficienti senza promuovere una riforma istituzionale profonda, capace di rafforzare la durata dei governi e la loro responsabilità politica. Aumentare l’orizzonte temporale della sopravvivenza dei governi e renderla più visibilmente dipendente da risultati economici diffusi – occupazione, modernizzazione, produttività – aumenterebbe in modo organico l'incentivo ad attrarre e sostenere gli Ide e favorire un futuro di progresso economico e sociale al nostro paese.