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Daniele Manca

Crescita debole e incentivi in esaurimento: all’Italia serve un nuovo piano industriale che unisca politiche fiscali e adozione diffusa dell’Ai

Complice la situazione geopolitica non certo tranquilla, si rischia di sottovalutare i segnali che giungono dall’economia reale. Le stime di crescita dell’Ocse riviste al ribasso, il Pil che si contrae nel secondo trimestre secondo le stime dell’Oxford economics, devono far riflettere. Tanto più che siamo ancora sotto gli effetti del Pnrr che, per quanto applicato solo in parte, contribuisce comunque a spingere l’economia. Il positivo quadro dei conti pubblici, associato a un’occupazione anch’essa soddisfacente, dovrebbero aiutare nell’avviare processi che rendano più dinamica la nostra economia. Non possiamo non tenere conto del fatto che tra dazi e politica estera altalenante degli Stati Uniti si stanno alterando le catene di fornitura e quelle del valore.

Sono chiari i recenti dati forniti dall’Ucimu, l’associazione che raccoglie le imprese delle macchine utensili, che delineano un quadro di debolezza interna, anche dei nostri partner come la Germania. L’esaurimento di Industria 4.0 e Transizione 5.0 (peraltro avviata in sordina) richiedono, come sottolineato dal presidente stesso dell’Ucimu, Riccardo Rosa, un nuovo piano industriale per il 2026. Come si legge in un piccolo ma denso saggio curato da Giacomo Gabbuti («Non è giusta- L’italia delle disuguaglianze», Editori Laterza), i capitali italiani sono in forme «sempre meno legate alla produzione e sempre più a forme “evolute” di rendita».