Nulla a che vedere con il fascino delle caravelle di Colombo o del trealberi Endurance di Shackleton: il primo veicolo spaziale della storia umana assomiglia a una lavatrice. Una lavatrice sovietica, peraltro. Poco più di due metri di diametro, una capsula sferica progettata per resistere a oltre 10 G, più centrifuga che comfort, più fisica che poesia. Dentro c’è un superuomo selezionato tra altri superuomini: forte, lucidissimo e, soprattutto, alto un metro e cinquantasette. Anche l’eroismo, a volte, è questione di centimetri. Quando Jurij Gagarin pronuncia il celebre “Poyekhali!” – un asciutto “Let’s go” – la sua sicurezza è spiazzante.

Le probabilità, però, non sono dalla sua parte. Prima del 12 aprile 1961, l’Unione Sovietica aveva spedito sette navette con altrettanti manichini, tutti battezzati Ivan Ivanovicˇ (l’equivalente russo di Mario Rossi). Solo tre sono tornate intere. Le altre? Esplose, perse, vaporizzate. Statisticamente, Gagarin ha poco più del 40 percento di probabilità di raccontare il viaggio. Se lanciasse una moneta avrebbe più chance. Eppure, quei 108 minuti di viaggio, andata e ritorno, cambiano tutto.

Non sono solo il primo giro dell’umanità attorno alla Terra: sono la spedizione più rapida e al tempo stesso più lontana mai compiuta fino ad allora. Lo spazio diventa una nuova geografia economica e politica. L’ultimo continente scoperto dall’uomo. E, ancora oggi, largamente inesplorato.