Per anni la farina è stata raccontata soprattutto attraverso parametri funzionali. Forza, proteine, tenuta degli impasti, stabilità. Una materia apparentemente neutra, quasi invisibile, il cui valore sembrava esaurirsi nella capacità di garantire performance costanti a pizzaioli, panificatori e pasticcieri. Durante un laboratorio culturale sulla cerealicoltura contemporanea ideato da Petra Molino Quaglia abbiamo scoperto invece un vero racconto politico e culturale sul ruolo contemporaneo del grano.
Il cuore dei lavori ruotava attorno a una domanda ormai inevitabile: cosa significa produrre farine nell’epoca della crisi climatica, della standardizzazione alimentare e della crescente attenzione verso sostenibilità e biodiversità? La risposta parte dal concetto di “selezione climatica”, cioè dalla scelta dei frumenti in funzione della loro capacità di reagire alle condizioni ambientali di una specifica annata agricola. Non una materia prima anonima acquistata sul mercato globale solo in base a parametri industriali, ma un cereale letto come organismo vivo, influenzato dal territorio, dal clima e dalle pratiche agronomiche. Un approccio che prova a spostare la farina fuori dalla logica della commodity indistinta e a riportarla dentro una dimensione agricola riconoscibile.










