Mi sarebbe piaciuto che se proprio non tutti, ma almeno qualcuno del dottissimo palco (sindaco Bitetti compreso), a proposito degli “Stati Generali della Cultura” a Taranto, avesse letto il bel libro dell’archeologo tarantino Francesco D’Andria, “Le radici ca tieni”, per sostanziare le “parole alate” che leggere vorticavano sulle rosse poltrone del teatro Fusco, dove si è tenuto questo incontro, di quei contenuti dalle quali non si può prescindere se davvero la città di Archita vuole inoltrarsi sul sentiero di un percorso virtuoso, dove la cultura non sia soltanto un artificio linguistico, buono per fare solo un po' di “sana” retorica”.
Vale a dire, il “chi sei, da dove vieni, cosa ti hanno lasciato in eredità i tuoi Maggiori, e quanto di quel retaggio ci è rimasto, da poterlo porgerlo agli altri, farlo conoscere e, persino, farne un biglietto da visita da porgere a chi viene a trovarci, qui, in riva allo Ionio?”. Il libro del prof. Francesco D’Andria, è una sorta di “crestomazia”, una raccolta non di brani scelti, ma di articoli che l’autore ha scritto sui vari quotidiani e riviste (fra cui, e tanti, in questo giornale), nei quali racconta dei tesori archeologici in Puglia, e della loro possibile valorizzazione. In realtà questo libro è un atto d’amore per la sua terra, per la Puglia, per la Terra d’Otranto e soprattutto per Taranto.











