I lettori scuseranno se il titolare di questa rubrica torna indietro di 46 anni, ma l’intento è solo quello di sottolineare, nel rendere omaggio a un martire della libertà d’espressione e della difesa della democrazia, quanto la memoria contenga in sé una lezione quotidiana di coraggio e giustizia. Noi questa dimensione educativa, che sorregge le sorti di uno stato di diritto, la stiamo un po’ perdendo. Svanisce. Walter Tobagi venne assassinato dai terroristi rossi il 28 maggio del 1980. Pioveva e faceva freddo quella mattina. Il nostro collega uscì di casa per venire in via Solferino. Non aveva scorta nonostante avesse ricevuto delle minacce.
A soli 33 anni era già un esempio non solo di grande professionalità ma anche di saggezza e moderazione. Qualità che vengono spesso scambiate, nel dibattito contemporaneo, per scarsa convinzione delle proprie idee e pallida identità politica. Tobagi venne ucciso per ciò che scriveva e rappresentava. Era un moderato che tentava di capire, con i suoi scritti, la natura profonda di quella stagione di odio e piombo. Proprio per questo era considerato dalle Brigate Rosse, e dalla frangia di imitatori che si intestò il delitto, il peggiore dei nemici.








