Quando il suo nome era comparso in una scheda ritrovata in una borsa abbandonata da un terrorista in viale Lombardia a Milano, Walter Tobagi aveva annotato subito: «Nel mirino ora entrano proprio i riformisti, quelli che cercano di comprendere». E, con l’istinto da cronista che andava subito all’intelligenza dei fatti, aveva intuito che la prossima vittima di quegli anni avvelenati avrebbe potuto proprio essere lui. Era il 30 gennaio del 1980, mancavano quattro mesi al compimento del suo destino: l’avrebbero fermato con alcuni colpi di pistola, lasciandolo a faccia in giù su un marciapiede di via Salaino, un gruppetto di terroristi collaterali della Brigata 28 ottobre, il 18 maggio di quello stesso anno.
«Walter Tobagi era un riformatore e per questo risultava insopportabile al fanatismo estremista»
Sono le parole con cui il Presidente Sergio Mattarella ha definito il giornalista del "Corriere" ucciso nel 1980 a Milano. Nel gruppo di fuoco due figli della borghesia cittadina






