Che cosa scrivere in memoria di un altro amico assassinato? Dopo Carlo Casalegno, i macellai del terrorismo hanno voluto prendersi anche Walter Tobagi, eppure, in queste ore di pianto, la prima cosa che viene in mente è un ricordo da nulla, semplice, familiare, quasi allegro: Walter lo chiamavano «il Tobagino». Lo si chiamava così al giornale, sui servizi, negli incontri privati, perché Tobagi aveva cominciato a fare questo nostro mestiere sin da ragazzo. Quando studiava al liceo Parini di Milano era stato del gruppo della Zanzara. Chi la ricorda più, questa piccola rivistina giovanile? Eppure, alla metà degli anni Sessanta, La Zanzara aveva combattuto la sua battaglia per la libertà di stampa e i redattori-studenti eran finiti sotto processo per avere osato stampare un dibattito sul sesso che non era piaciuto ad un giudice di Milano. Proprio uno dei ragazzi condotti in tribunale, Marco Sassano, aveva presentato il Tobagino a suo padre, Fidia Sassano, gran giornalista, gran socialista, gran galantuomo.
Tobagi voleva fare il nostro mestiere. Lo voleva a tutti i costi, non come un ripiego, ma (per usare parole che non s’usan più) perché a quel lavoro si sentiva chiamato. Così, Fidia lo portò alla redazione milanese dell’Avanti e fu questo il primo giornale del Tobagino. Lo ricordo in quegli anni, nella lunga notte cominciata con la strage di piazza Fontana, Tobagi era un ragazzo pronto, sveglio, infaticabile sul lavoro e soprattutto onesto. Non si rifiutava mai di dire come la pensava, ma non chiudeva gli occhi davanti alle posizioni degli altri: le studiava, si sforzava di capirle, cercava di raccontarle senza mai dimenticare il rispetto che si deve a chi non ragiona come te.








