La sera del 26 giugno del 1983, viene assassinato a Torino con 17 colpi di pistola da due killer il procuratore capo Bruno Caccia, considerato un magistrato integerrimo. Quattro anni dopo, il 24 marzo 1987, a Saluzzo, due killer spararono nell’androne di casa ad Amedeo Damiano, presidente dell’Unità Socio Sanitaria Locale 63. Raggiunto da cinque colpi di pistola calibro 7,65 e calibro 38, che gli si conficcarono nelle gambe e nella schiena, Damiano morì 100 giorni dopo, il 2 luglio, in una clinica di Imola. Come Caccia, anche a Damiano gli venivano riconosciuti un rigore morale, una indisponibilità al compromesso e un’etica della responsabilità.
Quelle inquietanti zone d’ombra
Due omicidi che, seppur maturati in ambienti e contesti diversi (giudiziario e sanitario), presentano però molte analogie, a partire dalla vicenda giudiziaria. Per quanto riguarda Damiano le indagini non porteranno mai ad individuare un mandante, mentre per Caccia viene processato e condannato all’ergastolo, con sentenza definitiva nel 1992, in qualità di mandante dell’omicidio, Domenico Belfiore, capo della ‘ndrangheta a Torino. Con costanza e tenacia entrambe le famiglie, Caccia e Damiano, da anni continuano a denunciare come i due omicidi presentino ancora inquietanti zone d’ombra. Addirittura, e questa è un’altra analogia, le indagini sul caso Damiano portarono ad individuare come sicari due esponenti della criminalità torinese, Marco Sartorelli e Alessandro Pinti, ritenuti vicini alla ‘ndrina dei Belfiore, coinvolta nell’assassinio del procuratore capo di Torino.









