Un 22enne ecuadoriano accoltellato sulla banchina: era incensurato. Fuggiti in treno i nove aggressori. Il papà della vittima: "Ho riconosciuto il capo della gang MS13"
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Si chiamava Gianluca Ibarra Silvera. Ventidue anni compiuti da poco, nato a Milano il 10 dicembre 2003 da genitori ecuadoriani, ora separati. Martedì sera, con un amico e con il fratello ventenne Gianfranco, Gianluca era andato a trovare il padre che abita con la compagna in vicolo Mapelli, a due passi dalla stazione Certosa, nella periferia nord-ovest di quell'area storicamente problematica e complessa di Milano che comprende i quartieri Certosa-Vialba-Quarto Oggiaro. Un ragazzo come tanti, di quelli che non fanno rumore. Lavorava come allestitore di stand alle fiere, montando e smontando strutture fino a notte fonda. Poco dopo le 22.30, sul binario 6 della stazione di Milano Certosa, la sua vita è finita in un lago di sangue.Non è stata una rissa. È stata un'"aggressione vigliacca", un'"esecuzione brutale" ci ha detto ieri il padre tra le lacrime. Nove contro tre. Nove giovanissimi, tutti di origine sudamericana, lo hanno circondato insieme a Gianfranco e a un loro amico. Dopo aver accompagnato a casa il padre - che era andato con loro in stazione ma poi, un po' alticcio, non ce la faceva a tornare a casa da solo - i due fratelli e l'amico erano infatti tornati sul binario per prendere il treno e tornare a casa, a Segrate, dove abitano con la madre. Calci, pugni, lame e cocci di bottiglia. Lo hanno braccato mentre tentava di scappare tra i binari. Ma Gianluca è inciampato ed è caduto. Ed è a quel punto che lo hanno finito. La coltellata mortale alla gamba gli ha reciso l'arteria femorale, una ferita non considerata in sé potenzialmente mortale ma che nel giro di pochi minuti ha provocato un'emorragia fatale. È morto dissanguato, incosciente, al Fatebenefratelli.I ricercati avrebbero agito con il volto in parte coperto e sarebbero poi fuggiti in gruppo, probabilmente salendo su un treno diretto a Treviglio (Bg). Gli investigatori della Squadra Mobile e della Polfer stanno lavorando soprattutto sulle immagini delle telecamere della stazione e delle aree ferroviarie per ricostruire i percorsi della fuga. Al momento non emergono elementi che consentano di parlare di uno scontro tra gang o di un coinvolgimento della vittima in bande giovanili. Inoltre Gianluca era incensurato.Il fratello, ferito lievemente, ha detto agli investigatori: "Non li conosciamo". Ma gli inquirenti non ci credono davvero. Uno degli aggressori avrebbe gridato "Siamo i Latin King". E proprio il padre di Gianluca, arrivato davanti alla stazione, ha raccontato di aver riconosciuto uno di loro dai tatuaggi: "È un capo della MS13", una delle gang giovanili più violente al mondo. Secondo lui il movente è il controllo del territorio: "Questo è il loro territorio". Ha aggiunto tra le lacrime: "Vorrei che li prendessero quei bastardi. La polizia deve trovarli, è morto mio figlio".Alfonso Iadevaia e il funzionario Massimiliano Mazzali, coordinati dal pm Elio Ramondini, dalla pm Bruna Albertini e dal procuratore capo Marcello Viola, lavorano sulle telecamere. Al momento il fascicolo non sarebbe stato trasmesso alla Procura per i minorenni, anche se non viene esclusa la presenza di ragazzi molto giovani nel gruppo in fuga.Milano, la città che si crede ancora da bere, la capitale morale d'Europa. Di giorno aperitivi in Brera e Navigli instagrammabili, di sera alla Certosa, in via Mambretti, diventa terra di nessuno. La stazione è da anni un buco nero: mercato di droga, arena di risse, luogo di spaccio e agguati.Gianluca era italiano. Nato e cresciuto qui. Eppure è stato ammazzato da ragazzi usciti dallo stesso universo migratorio della sua famiglia. Questo è il dettaglio che brucia di più: l'integrazione che si divora dall'interno.










