di

Virginia Piccolillo

I genitori del bambino e il racconto di una quotidiana lotta per la vita del figlio. Che è diventata anche battaglia legale con l'ospedale Papa Giovanni

Ha compiuto 10 anni, Gabri. Ma per lui non c’è stata pizza, né partita di calcio con gli amichetti. Le candeline non le ha mai spente e non le spegnerà mai. Non può nemmeno vederle, con i suoi occhioni bruni. E la torta non può addentarla: si alimenta con un sondino. Non parla. Non ha l’uso degli arti. Non può stare in piedi. E nemmeno seduto, se non è aiutato. A rubargli queste, e moltissime altre gioie di bimbo, è stato un «errore». Tragico. Compiuto, come riconobbe lo stesso ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, dai sanitari che in sala parto avrebbero dovuto far andare tutto per il meglio.

Valentina Zanchi, 45 anni e un sorriso che tutto ciò non è riuscito a spegnere, racconta con il coraggio della semplicità come, invece, andò: «Essendo al termine della gravidanza, la mia ginecologa mi consigliò un controllo in ospedale. Il bambino era già grande. Mi fecero fermare e mi indussero il parto. Al controllo del battito vidi l’ostetrica, agitata, chiamare e richiamare il ginecologo. Solo la terza volta venne. Guardò solo il tracciato. E disse all’ostetrica soltanto: “Mettila carponi”. Mi preoccupai. Ma lei rispose che dovevo cambiare posizione e stare tranquilla perché andava tutto bene». La tragedia di Gabri Regazzoni, che con la famiglia vive a Paladina, iniziò in quel preciso istante.