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Parlare delle conseguenze disastrose dell'immigrazione di massa è reato di «hate speech» (discorso d'odio) in Europa. Persino se lo fate sulla base di dati e fatti reali, provati. Non è il primo caso, ma la seconda condanna dell'attivista belga pro-remigrazione Dries Van Langenhove per violazione della legge anti-razzismo è forse il più sonoro allarme per la libertà di parola nel nostro Continente. Il fatto incriminato risale al febbraio 2024, quando Van Langenhove ha tenuto una conferenza presso l'Università Cattolica di Leuven illustrando semplicemente la sua tesi, ovvero stabilendo un rapporto di causa-effetto tra l'immigrazione di massa e il generale deterioramento della qualità della vita nelle nostre città. Dall'aumento del crimine e della violenza, alla carenza di alloggi e all'abbassamento degli standard educativi, una gran parte dei problemi sociali sono dovuti all'immigrazione di massa. Una tesi discutibile quanto si vuole, ma legittima e peraltro sostenuta da molte forze politiche, anche moderate e maggioritarie. L'aspetto più surreale è che la corte belga ha persino ammesso che l'attivista non ha citato dati falsi, non ha diffuso fake news per diffamare e far odiare i migranti. Ma non importa, perché anche la verità può «incitare all'odio». Il giudice lo scrive nero su bianco nella sua sentenza: «Anche se tutte le affermazioni fatte da Van Langenhove sono basate su evidenze scientifiche e statistiche, questo non fa differenza per l'intento criminale. Van Langenhove non è accusato di diffondere informazioni false. È accusato di presentare fatti in un modo che incita all'odio contro persone protette ai sensi di uno o più dei criteri della Legge Anti-razzismo». Peggio: per giustificare la condanna «non è necessario che abbia incitato a concreti atti di odio o violenza. È sufficiente che altri siano incitati ad assumere un atteggiamento generale di intolleranza o disapprovazione riguardo a un gruppo protetto ai sensi della Legge Anti-razzismo».








