"Una polisportiva su due piedi". Così mi aveva definito uno dei miei primi capi a "L'Eco di Bergamo", così mi piace definirmi. Sci alpino, snowboard e pallavolo

«Orgogliosamente dilettante». Una frase che dice molto se non tutto. Sulla persona prima ancora che sul tecnico. In perfetto stile Alessio Delpiano alias un profilo sempre più raro nel mondo del calcio. Piemontese di Settimo Torinese, classe 1969, cresciuto nel vivaio della Juventus ma ormai bergamasco d’adozione. Con un ispiratore, un modello che risponde al nome di Claudio Foscarini, l’allenatore dell’Alzano Virescit “dei miracoli” capace di vincere un campionato di serie C1 e poi di spingersi fino al quarto posto provvisorio in serie B. Toccata e fuga a due passi dall’Olimpo, ma il tempo per far vivere in una fiammata intensa una delle storie più romantiche regalate dal pallone tra fine anni Novanta e inizio Duemila. La cavalcata conclusa con la promozione nella seconda categoria nazionale (con gare interne allo stadio di Bergamo, all’epoca «Atleti Azzurri d’Italia»), l’apice con lo slancio ai piedi del podio prima di un crollo verticale nel girone di ritorno della stessa stagione che non toglie nulla a quanto realizzato da una piccola realtà impeccabile nel mantenere ingredienti tali da renderla grande. In quel contesto – prima della parentesi svizzera al Bellinzona nel gennaio del 2000 e del ritorno in terra seriana fino all’estate del 2002 – Delpiano era un possente difensore centrale dell’Alzano Virescit. Quando in porta c’era Alex Calderoni, quando il bomber era Giacomo Ferrari. In mezzo al campo c’era Roberto Romualdi e quando il capitano era Armando Madonna, l’enfant du pays dal curriculum di spicco, maturato tra Atalanta e Lazio. Nello Scanzorosciate nel biennio appena concluso in cui Alessio ha preso saldamente il timone, c’è stato invece un gruppo di giovani capace prima di vincere il campionato di Eccellenza e poi di chiudere con uno strabiliante ottavo posto il primo torneo in assoluto in serie D. Il tutto quando l’asticella era stata posta a livello della salvezza e quando tutto (o quasi) lasciava presagire un percorso in cui tenere botta a denti stretti e nel quale – giusto per dare un’idea – fino a gennaio la prima punta era un centrocampista. «Essere consapevoli della propria identità è un punto di forza. La differenza la si fa dal modo in cui si guardano le situazioni. La critica, l’errore e la difficoltà devono trasformarsi in spinta emotiva e non in energia negativa. Il segreto è quello di non perdere mai la propria dimensione. Ad un certo punto l’Alzano Virescit lo ha fatto ed è retrocesso, lo Scanzorosciate ha fatto quadrato cambiando marcia in maniera quasi dirompente».