a

Mauro Corona non usa mezzi termini. E martedì sera, dal salotto di “È sempre Cartabianca”, su Rete 4, ha consegnato alla sinistra italiana un giudizio impietoso, sullo sfondo del risultato delle elezioni amministrative. “D'altra parte io vorrei vedere una sinistra unita”, ha esordito. Subito dopo, il dettaglio che trasforma l'auspicio in atto d'accusa: “Non Calenda di qua, Renzi di là, quell'altro di su, quell'altro di giù”. Una geografia della frammentazione resa con nomi e gesti, come si fa quando si vuole che il messaggio arrivi davvero.

L'invito è alla concretezza programmatica, non alle dispute identitarie: “Tutti uniti che mettano un programma serio, soprattutto degli stipendi, delle fabbriche che chiudono”. Temi sociali, non simbolici. Lavoro, non diritti astratti. La bussola di chi guarda alla sinistra da sinistra, ma dalla sinistra dei lavoratori, non degli intellettuali.

Poi la condizione senza la quale tutto il resto è vano: “Ma essere credibili. Finché stanno sparpagliati come le sementi in un campo, non diventano credibili e la gente non si fida più”. Un'immagine contadina, radicata nella terra, che dice più di molte analisi politologiche.

La diagnosi più dura arriva con una citazione attribuita - con la consueta libertà espressiva di Corona - a un premio Nobel rimasto senza nome, probabilmente una parafrasi di un pensiero diffuso più che una citazione precisa: “Hanno perso il popolo, diceva, hanno perso il popolo alla sinistra”. E ancora, la chiosa che brucia: i partiti progressisti “sono percepiti come una conventicola di intellettuali”, distanti, autoreferenziali, incapaci di parlare a chi fatica a fine mese.