Sei anni dopo la tragedia, il tribunale ha detto la sua. Marco Giuggia ed Emiliano Ferrando, rispettivamente titolare e coordinatore della sicurezza, sono stati condannati in primo grado a sedici mesi di reclusione ciascuno per omicidio colposo. Sono responsabili, secondo i giudici, della morte di Matteo Giaccardi, trentasette anni, originario di Fossano, rimasto schiacciato da un trattore nel luglio del 2020 in un cantiere edile di via Cardellino ad Alassio gestito dalla ditta di Giuggia e dove lavorava Ferrando. Una vita spezzata in pochi istanti: Giaccardi lasciò una moglie e un bambino che allora aveva appena quattro anni. La ricostruzione dell’incidente La ricostruzione dei fatti emersa nel corso del processo dipinge un quadro che il pubblico ministero Massimiliano Bolla ha definito di evidente trascuratezza nella gestione della sicurezza. Quel mattino di luglio, Giaccardi si trovò a dover manovrare un trattore per il quale non possedeva l'abilitazione necessaria. Non era una scelta libera: semplicemente, il lavoratore autorizzato a guidare quel mezzo non era presente in cantiere, ma i lavori dovevano proseguire comunque. E nessuno intervenne per bloccare la situazione o per trovare una soluzione alternativa. Fu così che Giaccardi prese i comandi del mezzo meccanico e si avventurò lungo una sorta di pista sterrata ricavata all'interno dell'area di cantiere, appositamente allestita per le manovre dei mezzi lavorativi. Una striscia di terra battuta che scorreva ai margini di una scarpata. A un certo punto il mezzo perse aderenza e precipitò giù per il dislivello. Nella caduta e nel successivo ribaltamento, il corpo dell'operaio venne schiacciato dal trattore. Quando i soccorsi della Croce Bianca arrivarono, per Matteo Giaccardi non c'era già più nulla da fare. Era deceduto sul colpo per i gravi traumi riportati. La versione della difesa La difesa degli imputati ha tentato di spostare l’attenzione sulle responsabilità della vittima, sostenendo che Giaccardi non indossasse le cinture di sicurezza al momento del tragico incidente. Un passaggio che era stato confermato anche da testimonianze rese durante il dibattimento. Un elemento che, secondo i legali, avrebbe potuto risultare determinante nell'esito fatale della caduta. Ma il pubblico ministero Bolla ha smontato l'argomento pezzo per pezzo: il tema centrale è che quel mezzo doveva guidarlo chi aveva l’abilitazione e non la vittima.