«Un grido evangelico che ci esorta a trovare con urgenza il coraggio, l’umiltà e la fede per rimanere umani, abbracciando i nostri limiti, la nostra inalienabile dignità e il nostro fine, la comunione». Così Anna Rowlands definisce Magnifica humanitas, che ha contribuito a presentare due giorni fa. L’Intelligenza artificiale, più che l’oggetto dell’enciclica, è la cifra del tempo in cui siamo immersi. Un tempo di tempesta che, parafrasando John Ronald Reuel Tolkien, non ci è dato dominare. Il nostro compito – scrive l’autore del “Signore degli anelli”, citato anche nel testo – è sradicare il male in cui ci imbattiamo, al fine di lasciare a quanti verranno dopo una terra sana e pulita da coltivare. Lungi dal considerare limite e fragilità come «errori da correggere», dunque, papa Leone XIV ne fa il punto di partenza per riscoprire i fondamenti dell’umanità dell’essere umano, «di fronte alla tentazione della nostra epoca di utilizzare la tecnologia per superarne i limiti o ridurla al profitto, all’efficienza, all’utilità» precisa la teologa britannica, specializzata in dottrina sociale della Chiesa e docente dell’Università di Durham. Il “todos todos todos” del predecessore Francesco viene declinato da Robert Prevost nel concetto di «corresponsabilità coraggiosa»: «Nessuna mano, da sola, è sufficiente a sostenere il peso del mondo, e nessuna è così debole da non poter dare il proprio contributo». E nell’appello alla “comunione”, parola ripetuta nell’enciclica 17 volte. A questo termine Anna Rowlands ha dedicato il saggio Towards a politics of communion: catholic social teaching in dark times, pubblicato nel 2021 da Bloomsbury.Professoressa Rowlands, in “Magnifica humanitas”, l’enfasi sul “noi” sembra riguardare in primis il modo di procedere della Chiesa nella comprensione della verità, definita «dono da condividere», non «possesso da rivendicare». Che cosa significa per la Dottrina sociale? «L’enciclica chiarisce che la Chiesa non si limita a formare le coscienze dei singoli, bensì invita al discernimento comunitario dei segni dei tempi. Insieme comprendiamo, attraverso la parola e l’ascolto, come la storia plasma le nostre vite. Poiché quest’ultima procede a ritmo incalzante, la consapevolezza è dinamica. La Dottrina sociale della Chiesa, dunque, non è un manuale di etica da tenere sullo scaffale e sfogliare per individuare la formula da applicare al caso concreto. È una conoscenza viva e comunitaria che si manifesta nei corpi, nello spazio e nel tempo».Anche la tradizione entra in questo dinamismo?«Certo. In tale ottica, l’ecologia integrale di Laudato si’ è la cornice in cui inquadrare l’umanesimo integrale di Magnifica humanitas: per proteggere la casa comune e i poveri, dobbiamo salvaguardare l’umano».Cos’è la comunione, la “via di Neemia” contrapposta a quella di Babele a cui l’enciclica ci invita?«Il filo conduttore di Magnifica humanitas è la civiltà dell’amore, secondo la nota espressione di Paolo VI. Non si tratta di un’utopia ingenua ma di un progetto impegnativo che la politica è chiamata a perseguire, assicurando che ci siano condizioni di equità, pace e comunione tra le persone e tra i popoli. L’enciclica dedica alla questione un’apposita sezione: là, in modo illuminante, il Papa smaschera la falsità della cultura della potenza e del diritto della forza oggi imperante. Sono segno di povertà di relazioni, oltre che di debolezza di spirito. Solamente le relazioni, forgiate attraverso il dialogo, l’ascolto, la mediazione, la giustizia, rendono la vita realmente appagante e fanno crescere la nostra umanità».La comunione è la chiave per restare umani, dunque?«Scoprire il significato del nostro esistere implica uno sforzo collettivo. Rimaniamo umani quando ci rendiamo conto che non solo coabitiamo la terra ma siamo fratelli e sorelle legati da un vincolo di uguaglianza e responsabilità reciproca. In quest’ottica, un’economia che offra un lavoro dignitoso, giustamente retribuito, è cruciale. L’enciclica ribadisce che le persone non possono essere ridotte a ingranaggi del mercato. Il rischio di mercificazione è forte nell’era digitale: ci crediamo utenti, ma in realtà diventiamo strumenti del sistema. Per resistere è necessario creare comunità fisiche in cui donne e uomini lavorano, amano, educano e gestiscono la condivisione dei beni materiali in vista di finalità davvero umane. Prima fra tutte, la pace. Colpisce la forza con cui il Papa denuncia il potere esercitato sulle nostre vite collettive da una manciata di privati alla ricerca del profitto. E ci sprona a trovare come regolamentare quel potere in vista del bene comune».Che ruolo ha la politica nella resistenza alla disumanizzazione?«La politica è lo spazio in cui scriviamo le leggi che regolano la nostra vita insieme, come persone e come Stati. Uno spazio organizzato in cui possiamo tutelare i più deboli, determinando i parametri per la partecipazione ai beni materiali e immateriali e garantendo a chi ha meno risorse pieno accesso all’istruzione, alla sanità, alla cultura, all’innovazione. A livello internazionale, è lo spazio in cui i Paesi costruiscono meccanismi multilaterali per garantire una pacifica convivenza. Per questo, secondo la Dottrina sociale della Chiesa, la politica è la più alta delle vocazioni ed è una forma di carità».Eppure, soprattutto sullo scenario globale, la forza sembra prevalere…«Le nostre identità collettive sono guidate sempre più da una logica binaria amico-nemico, che giustifica l’aggressione come forma legittima di difesa. In un contesto di polarizzazione e violenza sociale, non sorprende che la guerra venga normalizzata. Magnifica humanitas ci esorta a uscire dalla gabbia della coesistenza armata e ci sfida a diventare comunità riunita intorno a un futuro condiviso. Non possiamo farlo senza affrontare la crisi del potere e le culture dominanti che forgiano i nostri destini. Non possiamo farlo senza “disarmarci” in tutte le interazioni sociali».