Bistecche coltivate in bioreattori, proteine estratte da funghi e lieviti, farine di insetti. Non è la trama di un film di fantascienza, ma il menù della rivoluzione agroalimentare già in atto nei laboratori di tutto il mondo. Nel convegno “Il cibo che verrà”, organizzato a Roma, il 14 e 15 maggio, dall’Accademia Nazionale dei Lincei nell’ambito del ciclo “Il Futuro dell’Umanità”, si è messo in chiaro che il futuro dei nostri piatti passa inevitabilmente dal foodtech. Nutrirsi, d'altronde, fin da quando l'uomo ha scoperto il fuoco, è sempre stato un atto evolutivo e tecnologico. Oggi, con una popolazione globale destinata a superare i 9 miliardi di persone entro il 2050 e i raccolti tradizionali messi in crisi dall’emergenza climatica, l’innovazione scientifica non è più un'opzione, ma una necessità matematica. Innovazioni. Le alternative biotecnologiche alle proteine animali sono oggi soluzioni concrete analizzate dagli scienziati a Palazzo Corsini. “Stiamo affrontando questa sfida a livello globale”, spiega il professor Paolo Costantino, socio linceo e tra i principali promotori dell’evento. “Un percorso che prevede sia la modifica delle pratiche agricole tradizionali, per individuare specie più resilienti ai cambiamenti climatici e meno inquinanti, sia l'introduzione di metodi di produzione completamente nuovi, da sviluppare in laboratorio e in campo”. Al centro del dibattito ci sono l’agricoltura cellulare e l'uso di biomasse alternative. “Le strade spaziano dalla carne coltivata all’impiego di organismi naturali come lieviti, muffe e insetti - continua Costantino -. Per quanto l'idea possa inizialmente apparire curiosa al consumatore, queste risorse rappresenteranno fonti proteiche di fondamentale importanza per l’umanità”. Sostenibilità. L’obiettivo primario di scienziati e start-up globali non è più dimostrare la fattibilità scientifica di questi alimenti – ormai assodata – ma raggiungere la scalabilità industriale. Attualmente la carne coltivata o le farine di grillo sono ancora prodotti di nicchia e molto costosi. “La vera sfida della ricerca - evidenzia Costantino - consiste nell’abbattere i costi di produzione, ottimizzando i bioreattori e sostituendo i costosi sieri di crescita animali con alternative di origine vegetale”. Solo così questi prodotti potranno competere sugli scaffali dei supermercati, garantendo una fonte proteica economica e a basso impatto ambientale alla portata di tutti. “Questo approccio non mira a cancellare l’agricoltura tradizionale, che resta un presidio fondamentale del territorio e della biodiversità, ma ad affiancarle nuove filiere capaci di alleggerire la pressione sugli ecosistemi”, puntualizza Costantino. Inoltre, sul fronte della sicurezza, l’Unione Europea applica una delle legislazioni più severe al mondo: ogni Novel Food deve superare i rigidissimi controlli dell’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) prima di poter essere commercializzato. Pianeta. La spinta verso i laboratori nasce da un’emergenza numerica drammatica: il modello agroalimentare tradizionale sta letteralmente esaurendo le risorse della Terra. “Garantire la sicurezza alimentare del futuro è una delle grandi sfide della nostra epoca”, racconta Costantino con pragmatismo. “Dobbiamo parlarne, perché il cibo è la risorsa primaria per la vita, ma l'agricoltura, da cui dipende la quasi totalità di ciò che consumiamo, è oggi una delle attività più impattanti e dannose dal punto di vista ecologico”. I numeri non lasciano spazio a rinvii o dubbi ideologici. “L’agricoltura occupa un terzo delle terre emerse e, a causa dell’iper-sfruttamento, il 30 per cento di questi terreni è già degradato e improduttivo - spiega -. Inoltre, il settore da solo assorbe oltre due terzi dell’acqua dolce del pianeta ed è responsabile di un terzo delle emissioni globali di gas serra. Senza contare l’inquinamento dovuto a concimi e pesticidi. Con una popolazione in costante crescita e un’agricoltura sempre meno sostenibile, la transizione non è più rimandabile”. Neofobia alimentare. Con un ecosistema che corre verso il surriscaldamento, la ricerca sta offrendo le risposte per evitare il collasso biologico e alimentare. Ma se la tecnologia è pronta, la nostra cultura non lo è. Il convegno dei Lincei ha evidenziato come l’ostacolo più grande per il cibo del futuro non sia di natura tecnica, ma psicologica e politica. Si chiama neofobia alimentare, ovvero il rifiuto innato o culturale verso cibi nuovi e non familiari. In Italia il dibattito si è spesso polarizzato attorno alla difesa della “tradizione” e della “sovranità alimentare”, traducendosi in leggi restrittive sulla carne coltivata. Eppure, la comunità scientifica lancia un monito: "La tradizione culinaria non è un monolite immobile, ma il frutto di secoli di contaminazioni", dichiara Costantino. Il pomodoro e la patata, oggi pilastri della nostra identità gastronomica, un tempo venivano accolti con identica diffidenza e sospetto. Arroccarsi nel rifiuto ideologico rischia solo di escludere il Paese dai mercati globali del foodtech – un settore che attira investimenti miliardari – lasciando che siano altre nazioni a dettare le regole del gioco e a beneficiare dei brevetti. Disinformazione. A questa paura dell’ignoto si aggiunge una forte disinformazione diffusa tra i consumatori. “Il tema del cibo è fortemente viscerale, culturale e soggetto alle mode, ma è anche un immenso business - avverte Costantino -. Attorno a concetti come il biologico o il biodinamico si è generata una forte confusione. Esistono troppi falsi miti e credenze infondate che la scienza ha il dovere di razionalizzare”. Per scardinare questi pregiudizi e favorire un cambio di consapevolezza l’Accademia dei Lincei ha affrontato il tema, unendo le scienze dure alle scienze umane all'interno del ciclo di incontri “Il Futuro dell’Umanità”. “Abbiamo scelto un approccio del tutto interdisciplinare – spiega Costantino -. Per analizzare lo stesso problema da ogni angolatura possibile, abbiamo fatto dialogare agronomi ed economisti con medici, biologi cellulari, filosofi, storici e letterati”. Insomma, un incontro pensato per aprirsi al largo pubblico e non solo agli specialisti. “Il compito costitutivo dei Lincei è proprio quello di mettere a confronto il mondo della ricerca con i cittadini e con la classe dirigente. La società ha bisogno di una voce autorevole, capace di fare sintesi tra i diversi punti di vista scientifici e di proporli in modo chiaro e accessibile. L’Accademia - conclude - non può e non deve essere una torre d’avorio isolata dal mondo, ma un'istituzione che orienti i cittadini e supporti la politica nelle scelte strategiche”.
E’ il foodtech la ricetta per il cibo del XXI secolo
Il futuro dell’alimentazione si racconta all’Accademia dei Lincei. Il biologo molecolare Paolo Costantino: al centro gli scenari dell’agricoltura cellulare e d…






