Quindici anni fa Giorgio de Finis non aveva strumenti urbanistici né potere istituzionale. Aveva una visione: l’idea, apparentemente irragionevole, che l’arte potesse diventare una forma concreta di politica urbana — non per rappresentare la marginalità, ma per trasformarla. Quindici anni dopo, Roma Capitale ha acquistato l’area di Metropoliz e si prepara a costruirvi case per chi ci abita. Il MAAM — Museo dell’Altro e dell’Altrove — ha funzionato.

Bisogna tornare all’inizio. Una fabbrica abbandonata negli anni Ottanta sulla Prenestina, alla periferia di Roma. Famiglie migranti, precari, persone espulse dal mercato immobiliare e dimenticate dalla politica la occupano nel 2009. Dentro quello stabilimento arriva de Finis — antropologo, cineasta, agitatore culturale nel senso nobile del termine — uno di quegli intellettuali ostinati che non si limitano a interpretare il mondo ma pretendono ancora, quasi contro la logica dominante, di modificarlo. Comincia a portare centinaia di artisti dentro Metropoliz: murales, sculture, installazioni, videoarte, oltre cinquecento opere. L’idea è radicale: riempire di opere uno spazio occupato da esclusi per renderlo troppo visibile, troppo simbolico, troppo vivo per essere sgomberato nel silenzio generale.