di Alessandro Pedrazzi*
Chi di noi non ha sentito un collega vantarsi: “In cinque anni non ho fatto neanche un giorno di malattia“? L’idea che il dipendente sempre presente sia il lavoratore ideale è radicata nella cultura aziendale italiana. La ricerca scientifica, però, racconta una storia molto diversa ma, prima di proseguire, è necessaria una premessa: parlare di presenteismo non significa, in nessun modo, sdoganare l’assenteismo. Tra il non presentarsi mai e il presentarsi sempre esiste uno spazio di equilibrio, ed è esattamente lo spazio della salute.
Il presenteismo è la pratica di recarsi al lavoro nonostante condizioni di salute, fisiche o psicologiche, che ne compromettono significativamente la capacità di rendimento. Può essere fisico (lavorare con l’influenza, con dolori cronici), psicologico (operare sotto il peso della depressione o del burnout) o da disimpegno (essere presenti col corpo ma mentalmente assenti). Ciò che lo rende particolarmente insidioso è la sua invisibilità: l’assenteismo produce metriche chiare, il presenteismo si mimetizza e può essere addirittura scambiato per dedizione.
Due storie concrete. Roberto, cinquantadue anni, capo reparto in un’azienda metalmeccanica, lavora da anni con una cervicobrachialgia cronica ignorando i consigli del medico. Non si ferma perché il reparto è sottorganico, perché il suo capo non si è mai assentato, perché la sua identità si è fusa col ruolo. Nel frattempo, i tempi di esecuzione si allungano e gli errori aumentano: il suo presenteismo costa all’azienda molto più di una settimana di malattia ben gestita.







