VENEZIA - ​Formalmente, fino alla proclamazione ufficiale di Simone Venturini, il sindaco è ancora lui. La testa, però, è già all’impresa successiva: Luigi Brugnaro, undici anni dopo, riparte dal trust che ha gestito le sue aziende, dalla sua famiglia, e dalle sfide future. «Sono andato a Milano in questi giorni per conoscere le persone che hanno gestito le mie società in questi anni. Devo dire che sono stati più bravi di me: hanno assunto personale e hanno aperto nuove filiali».

Bilanci più che in ordine, quindi. «Non scherzo quando dico che dovrei imparare da loro. Io ero più “folle”, mi buttavo in mille investimenti, perdevo denaro per poi recuperarlo. Loro macinano chilometri minimizzando i rischi per cercare di arrivare all’obiettivo: crescere sempre di più. E ci sono riusciti». Tornerà a dirigere lei adesso? «No. Mi ritaglierò un ruolo da “visionario”: suggerirò progetti e idee, ma non tornerò a essere il paron. Farò continuare loro». In famiglia cosa le hanno detto? «Mio figlio ha undici anni, non mi ha mai visto fare altro. Mi ha chiesto: “Che lavoro farai adesso?”. Difficile spiegarlo, glielo farò vedere. Il più grande, invece, mi ha detto: “Finalmente non sarò più solo il figlio del sindaco”». E sua moglie? «Stefania è speciale. Mi ha sostenuto sempre, dal primo giorno». Venturini al primo turno con oltre il 51%. Se lo aspettava? «Ci speravo, ovviamente. Ma non me lo aspettavo. Sono felicissimo: Venturini è la persona migliore che questa città potesse scegliere, sarà un grande sindaco. E soprattutto sarà libero». I sondaggi davano Martella in vantaggio. Come si spiega uno scarto del 10%? «Ai sondaggi ho sempre creduto poco. Ma stavolta lo scarto è così ampio che qualcosa di strutturale deve essere successo. Venezia è una città con la memoria lunga. La gente esce, vota, e non si fa condizionare da nessuno». Martella ha pagato qualcosa in particolare? «Secondo me il metodo. I tavoli, le consulte, le assemblee permanenti: la gente le ha vissute come un procrastinare, un non decidere. Il centrosinistra ha commesso l'errore di scambiare la partecipazione con l'indecisione. E poi c'è stata la questione dell'integrazione: certi temi sono stati nascosti sotto il tappeto invece di essere affrontati apertamente». Undici anni da sindaco. Se dovesse scegliere il primo motivo d’orgoglio? «Direi l'equilibrio dei bilanci». E stadio e palazzetto? «Sono strutture per tutta la città metropolitana. Adesso per vedere un concerto di livello devi andare a Bologna o Milano, perdere una serata intera. Se ce l'hai a Mestre, ceni a casa, vai in bicicletta, vedi lo spettacolo, torni. Questo è qualità della vita». Il nuovo consiglio comunale è quasi lo stesso dell'ultima amministrazione. Una conferma o un limite? «Una conferma. Abbiamo creato una nuova classe dirigente». La Patreve è ancora un suo pallino? «È ciò che mi sta più a cuore adesso. Venezia da sola non basta: servono due milioni di abitanti per competere con Lisbona, con Barcellona, con le metropoli europee che stanno correndo. Non è una questione di destra o sinistra, è una questione di sopravvivenza competitiva». Parliamo dei guai giudiziari. A giorni, si decide per l’inchiesta Palude. «Ho sempre avuto grande rispetto per la magistratura e non ho mai detto una parola in più di quello che era giusto dire. Ho sofferto per questa vicenda, ho pagato più di tutti. Ma non ho alcun timore e nessun rimpianto». Tornando indietro, fermerebbe prima l’assessore Renato Boraso? «Non avevo gli strumenti che aveva la guardia di finanza, non potevo sapere quello che sapevano loro. Appena è diventato tutto di dominio pubblico ha dato le dimissioni». Tornando alla politica: ha sempre puntato a creare un centro moderato e trasversale. Ci crede ancora? «Profondamente. L'Italia ha bisogno di pragmatismo e di moderazione. Ci sono persone bravissime nel Pd, in Forza Italia, ovunque, gente con la testa e con l'idea di costruire, non di piantare bandierine. Il primo Renzi aveva qualcosa di simile, poi si è un po’ perso». Forza Italia l'ha corteggiata. Tentazione? «Credo che sarà un perno del futuro, ma quello che conta è la sostanza, bisogna vedere se ci sarà». Si parlava di lei presidente della Regione. Le sarebbe piaciuto? «Chi ha messo in giro quella voce mi ha creato un sacco di problemi. Non ho ambizioni di carriera politica, non l'ho mai avuta». Però con Coraggio Italia ci aveva creduto. «Certo, mi serviva per essere indipendente dagli altri partiti». Il centrodestra ha trionfato ovunque tranne che in centro storico. Ha sbagliato qualcosa a Venezia? «Se hanno le fognature è grazie a me. Se hanno attivato il Mose, è stato grazie a me. Tra qualche anno anche lì si renderanno conto di quanto ho fatto per loro».