Quei 20 miliardi subito che il presidente della Confindustria chiede sono una proposta di buon senso che quasi certamente finirà nel nulla. Eliminare sussidi fiscali non necessari o dannosi per spendere di più in incentivi alla crescita, nella scuola e nella sanità è esattamente ciò che tutte le maggioranze politiche per anni non sono riuscite a fare. Tanto meno ci riuscirà la maggioranza attuale nell’ultimo anno prima dell’elezione di un nuovo Parlamento, dato che il suo consenso dipende molto da sgravi fiscali contrattati con svariate categorie non troppo produttive. Ma certo il problema più urgente è un altro, è la minaccia enorme che gli imprenditori sentono nel costo dell’energia. È alto il rischio che la politica risponda con sussidi a breve termine che non risolveranno nulla, tentando di tamponare le conseguenze della sconsiderata azione americana in Iran. Qui l’Italia paga quarant’anni di scelte sbagliate, dal referendum contro il nucleare lanciato da Bettino Craxi nel 1987 fino al recente blocco degli impianti eolici da parte di alcune Regioni. Al fondo, le richieste avanzate ieri dagli imprenditori si collocano in un quadro internazionale in cui le grandi potenze gareggiano nell’usare i bilanci di Stato per garantire condizioni di favore alle proprie industrie. Passata è l’epoca in cui si esaltava il mercato concorrenziale della globalizzazione, nel quale parecchie medie aziende italiane se la cavavano bene. Gli Stati Uniti hanno alleggerito il carico fiscale alle loro imprese grazie a un colossale deficit di bilancio. La Cina sussidia la sua manifattura mantenendo bassi i salari e risparmiando sul welfare, un vero paradosso per un regime che si proclama comunista; ormai ha imparato a produrre tutto ciò che produce l’Europa, è anzi avanti in alcuni settori. Di fronte a questo, «la dimensione europea è l’unica in grado di reggere l’urto», ha detto ieri Emanuele Orsini, seppur dopo aver chiesto con forza che alcune scelte dell’Europa vengano corrette. Nessun Paese del nostro continente ha la forza di agire da solo, nemmeno la Germania che pure qualche volta sembra crederlo. Per questo è suonato ieri fuori tempo lo slogan di Giorgia Meloni secondo cui «l’Europa deve lasciar fare agli Stati quello che gli Stati sanno fare meglio». Difficile predicarlo dal nostro Paese, dove appunto si paga l’energia «ai prezzi più cari d’Europa» (il 40% in più rispetto alla media), a causa di scelte che sono state tutte e soltanto nazionali. Fa bene la Confindustria a chiedere un vero mercato unico dell’energia, un vero mercato unico dei capitali, e quel debito comune europeo che alcuni Paesi ancora ostacolano. Più difficile sarà deciderla, quella politica industriale comune europea, perché occorrerà talvolta scegliere di puntare su alcune aziende e non su altre, superando rivalità di tutti i generi. Ad esempio per l’intelligenza artificiale, che è una delle grandi priorità, l’Italia ha poco da offrire. Potrebbe rifarsi conquistando un ruolo in altri settori, tipo le infrastrutture energetiche o le reti di trasporto. Il rischio della deindustrializzazione grava sull’Europa intera, sarebbe insulso aggrapparsi a rivalità nazionali.
Quei sussidi inutili e dannosi che la politica non sa eliminare
Paghiamo 40 anni di scelte sbagliate, dal no al nucleare al blocco dell’eolico












