Ed eccoci alle conseguenze, di non aver avuto la serietà di dire no ai sussidi non ai soli settori strategici del trasporto ma universali, per acquisti energetici alle pompe di benzina e gasolio. Sussidi che, come tutte le misure erga omnes e non mirate, hanno il difetto di sottrarre risorse a interventi strutturali, produrre effetti fiscalmente regressivi, e avviare spirali di spesa a cui per la politica è sempre difficile poi porre fine. Fioriscono ora ipotesi sempre più nuove e cervellotiche di come protrarre i sussidi oltre il 5 settembre, questa volta concentrandoli su pensionati a basso reddito e soglie basse di quell’autentico falso di massa che sono oggi i criteri Isee. E se vi va per traverso leggere “falso di massa”, provate a giustificare come oltre trenta milioni di italiani nel 2025 abbiano beneficiato di prezzi e tariffe agevolate grazie all’Isee, numeri che sembrano sconvolgere solo attenti osservatori come Alberto Brambilla, Giuliano Cazzola e pochissimi altri. Ora a tutto questo si aggiunge il martellamento sul caro-carrello, relativo cioè non a quel beni del paniere generale su cui l’Istat rilevava l’andamento dei prezzi al consumo, ma quelli a più alta frequenza di acquisto per uso domestico: cioè prodotti alimentari freschi conservati, per la pulizia della casa e igiene domestica, per l’igiene personale e bellezza. L’allarme risuona soprattutto per la prima componente, i prezzi degli alimentari. Pagine con titoloni “Alimentari, stangata per le famiglie”, “Più di 400 milioni nei prossimi tre mesi”, e via continuando. Si indicano fattori esogeni concorrenti: siccità, guerre, cali di produzione agricola e lattiero-casearia, e naturalmente la famigerata onnipresente “speculazione finanziaria” sia nella componente estera relativa alla formazione dei prezzi sui mercati internazionali delle commodities agroalimentari, sia nella componente domestica dei diversi scalini del sistema distributivo dal produttore al consumatore italiano.Diciamolo chiaro: per favore il governo non cada anche in questa trappola. Ci mancano solo i sussidi universali per l’acquisto di alimentari, come fossimo i poveri ucraini sotto i bombardamenti russi, per diventare un’autocaricatura completa dello stereotipo chiagn’e fotti della vecchia italietta. E’ innegabile che la curva ascendente dei prezzi alimentari rappresenti negli ultimi anni in Italia un problema reale. Dal 2021 a 2025 compreso sono aumentati del 24,9 per cento, rispetto al 17,3 per cento dell’indice generale dei prezzi al consumo. Motivo che ha spinto l’Agcom ad aprire a fine gennaio scorso un’indagine conoscitiva che punta i fari sul ruolo svolto dalla Gdo nella catena che va dai produttori agricoli all’industria di trasformazione alimentare, e infine alla distribuzione commerciale al consumatore. L’Antitrust mira al ruolo preminente che la Gdo svolge sia per i prezzi riconosciuti ad agricoltori e allevatori dalle proprie centrali di acquisto, sia attraverso l’estendersi crescente di propri prodotti private label. Aspettando i risultati dell’indagine, intanto sappiamo come sono andati in questi ultimi anni i costi a carico dei produttori primari di derrate alimentari. L’esplosione dei costi per agricoltori e allevatori è cominciata nella pandemia, è stata poi rilanciata dall’invasione russa in Ucraina. Nell’ultimo quinquennio sono aumentati del 35 per cento, quindi non recuperati dal +24,9 per cento di aumento dei prezzi al consumatore. Hanno concorso la crescita vertiginosa della bolletta energetica, il più 43 per cento dei costi dei fertilizzanti, dei mangimi (più 30 per cento) e delle sementi (più 26). Nella zootecnia il picco avvenne nel 2021 e 2022, nel 2025 si è tornati a un’ascesa del 6,3 per cento. Lo scenario di guerre reali e daziarie rende però anche il 2026 soggetto a forti perturbazioni.Ma il forte aumento dei prezzi dei prodotti alimentari non è una batosta solo per le famiglie, accentuandone la diminuzione della spesa in alimentari e bevande già in corso da decenni. E’ una batosta anche per agricoltori e allevatori, che hanno perso margine e reddito rispetto al maggior aumento dei loro costi reali. Il governo aspetti quindi l’esito dell’indagine Antitrust. E ricordi che è la perfetta replica di una identica indagine che l’Agcm aprì nel 2005 e concluse nel 2007. Se leggete le 92 pagine fitte di dati e tabelle, la conclusione fu che il consumatore era danneggiato dall’esigua dimensione media delle aziende produttrici agricole e di allevamento, dalla tensione tra consorzi di produttori e distributori all’ingrosso, mentre l’input di efficienza e bassi costi finali veniva proprio dall’odiata Grande distribuzione organizzata. Il governo faccia il favore: niente sussidi ma misure strutturali per la semplificazione del commercio, ecco quel che serve.