Aleksander Miszalski, esponente dei liberali di Piattaforma civica (Po), da domenica non è più il sindaco di Cracovia. Una caduta che, nel contesto polacco, ha il sapore della rottura di un tabù: dal 1989 le grandi città del Paese sulla Vistola erano sempre state un bastione di esponenti liberali e candidati indipendenti.

La caduta di Cracovia mette a rischio la tenuta del cordone sanitario nei principali governi cittadini contro l’ultradestra. Il premier e leader di partito Donald Tusk ha commentato con tono tra il filosofico e il rassegnato: «Ringrazio il presidente Miszalski per quanto fatto. Questa è la democrazia: a volte si prendono decisioni non sagge, a volte impopolari. È il fascino e il rischio dell’elezione diretta. Così è la vita».

Gongola invece la destra populista di Diritto e giustizia (Pis), che esulta per il risultato. «I cracoviani hanno dato un cartellino rosso. Congratulazioni a chi non si è lasciato intimidire e lotta per la propria città. Per noi è solo l’inizio», ha dichiarato il suo leader Jarosław Kaczyński.

Il mandato di Miszalski nella sua città natale si è chiuso dopo due anni. L’avvio era stato ambizioso: dall’annuncio di una metropolitana su due linee al patrocinio, il 17 maggio scorso, della Marsz Równości, la marcia per i diritti Lgbt che si tiene ogni anno in diverse città polacche. A pesare, però, sono state alcune scelte impopolari: l’aumento delle tariffe del trasporto pubblico e l’introduzione della Zona a Trasporto Pulito, con pedaggi per i veicoli non conformi agli standard sulle emissioni. Un epilogo che, per molti osservatori, era nell’aria.