Se si ha il privilegio di attraversare la Val d’Orcia con il giusto tempo, senza fretta, si riesce a comprenderne più facilmente la vera essenza, che emerge oltre l’estetica perfetta delle cartoline di un recente fenomeno turistico. La prima impressione, anzi, è che quasi tutto ciò che il mondo pensa di sapere su questo luogo sia falso o, perlomeno, incompleto.

Le fotografie sono vere, certo: i cipressi, le colline morbide, la luce color miele sulle crete. Ma quella è soltanto la pelle. La Val d’Orcia reale si svela lentamente e, per trovarla, bisogna uscire dalle strade battute, sbagliare una curva, fermarsi in un bar vuoto alle quattro del pomeriggio o in una pieve romanica dove non c’è campo per il telefono e nessuno ha pensato di mettere un cartello bilingue.

L’itinerario

La incontri magari ascoltando le storie delle famiglie che andavano in Maremma a fare il carbone o degli uomini che tornavano dalle miniere con le scarpe distrutte e le mani sporche o assaporando i pici, la pappa al pomodoro, le zuppe di stagione, i piatti poveri di questo territorio in cui la semplicità non era un’estetica, ma una risposta materiale e necessaria. Oppure ci si può fermare da Marino Colleoni, del Podere Santa Maria, a Montalcino. Intorno, vigne, vento e silenzio. Marino parla del Brunello senza la retorica dei sommelier, senza la mitologia del vino come status symbol. Parla invece della terra che si spacca quando manca l’acqua, delle fermentazioni che cambiano ogni anno, della pazienza necessaria per aspettare una vigna adulta. E si capisce che qui il vino, prima di essere business, è ancora agricoltura. In questi tre ettari di vigna, Marino è un pioniere del vino naturale: non corregge né forza i processi, ma accompagna un prodotto che nasce dal tempo e dalla terra, rispettando la vocazione del territorio, perché, aggiunge, “bisogna fidarsi della natura e ogni annata ha la sua voce, ogni vendemmia una storia diversa”.