Si definisce «un’artista dadaista e surreale». La verità è che l’attrice Rossy De Palma, al secolo Rosa Elena García Echave, a 61 anni è un concentrato raro di umanità ed energia.Lo sa bene Pedro Almodóvar, che da quarant’anni la sceglie per i suoi film, da “La Legge del desiderio” a “Donne sull’orlo di una crisi di nervi”, fino al nuovo “Amarga Navidad”, presentato in anteprima mondiale al Festival di Cannes e appena uscito al cinema. Nel film interpreta Gabriela, salottiera capace di riunire a casa sua il meglio degli artisti e dei talenti spagnoli in un film incentrato sulle difficoltà di un famoso regista in crisi (interpretato da Leonardo Sbaraglia) che finisce per trasformare in finzione gravi episodi della realtà e ferire così i suoi cari.Qual è il suo film preferito di Almodóvar?«Mi piacciono tutti, anche quelli in cui non compaio io, come “La stanza accanto” (film con Julianne Moore e Tilda Swinton, ndr) che avrei guardato anche due ore in più. Se proprio devo, scelgo “Che ho fatto io per meritare questo?”, perché mi ricorda il neorealismo italiano, il mio cinema preferito. Amo Rossellini, Pasolini, Fellini, tutti i registi che finiscono con “ini”. La nostra Carmen Maura ricorda un po’ Anna Magnani».Secondo Almodóvar il cinema è politico, concorda?«Siamo sempre politici in quello che facciamo, ma non voglio ridurre l’arte del cinema alla “politica”, ne siamo tutti un po’ stufi. Mi piace il cinema che sa riflettere sulla società e far stare meglio le persone, che non rinuncia alla poesia ma sa raccontare l’umanità facendo elevare noi dell’underground dalle cose brutte della vita. Pensiamo a “Roma Città Aperta”, alla corsa della Magnani: Rossellini non rinunciava alla bellezza poetica, ma mandava un messaggio chiaro. Così fa Almodóvar con questo film, ha il coraggio di non indorare la pillola o imbellire le cose: viviamo in un mondo che è tutto meno che onesto, non essere ipocriti è tutto».In cosa le somiglia la sua Gabriela?«Anch’io amo riunire le persone, farle conoscere, anche se non smercio pillole come fa lei. Tramite gli invitati alla festa del mio personaggio Almodóvar ci ricorda che oggi tante persone incredibili fanno arte: noi artisti non siamo morti. Pedro sa raccontarlo, è ancora attento alla bellezza e, mentre noi scrolliamo sui cellulari, il suo cinema onesto ci invita a guardarci allo specchio, senza trucco».Cosa le ha insegnato in tutti questi anni?«A non perdere la curiosità. Pedro vive di questa passione che non lo lascia mai, il cinema è tutta la sua vita. E dire che quando l’ho conosciuto ero solo una giovanotta che stava a Madrid col suo gruppo musicale, ci siamo conosciuti al nostro concerto».Non in un bar?«No, è una leggenda che lui mi abbia scoperto in un bar, la verità è che ero un'artista che da Mallorca si era spostata a Madrid con il suo gruppo. Ci chiamavamo i “peggiori possibili”, da amatoriali volevamo avvisare la gente di non aspettarsi niente da noi. Eravamo artisti, cantanti, performer, facevamo musica pop, eravamo liberi, non lo facevamo per il successo o i soldi come molti fanno adesso. Non avevamo nulla, Pedro mi chiedeva: «Come è possibile che non sai dove vai a dormire oggi?». Ero così a 20 anni, lavoravo al bar così il giorno dopo potevo mangiare e trovare un posto per dormire».Come andò il vostro primo incontro?«Pedro era già molto conosciuto nell’underground, tutti gli chiedevano cose, io nulla, non l’ho mai mitizzato né trattato da icona, si conquista sempre di più con la distanza. Così è venuto lui da me una sera, avevo un vestito nero sexy che mi ero fatta da sola – non avevo soldi, ma un corpo divino sì, a vent’anni – e mi ha chiesto dove potesse trovare un abito come il mio per “La legge del desiderio”. Risposi che lo avevo fatto io, parlammo, alla fine mi propose quel film. Non mi fece truccare, né vestire, infatti non mi sentivo un’attrice, ero molto me stessa. Tornai a lavorarci in “Donne sull’orlo di una crisi di nervi” e da allora il nostro rapporto familiare non si è mai interrotto».Almodóvar ha segnato la storia del cinema europeo.«Anche la storia e basta, pensi a quello che ha fatto per le donne, allo spazio e alla libertà che, sin dall’inizio, ci ha dato in tutti i suoi film. Oggi è ovvio che possiamo scegliere delle nostre vite senza sentirci in colpa, all'epoca non lo era, eppure Pedro ha raccontato donne libere, capaci di sbagliare e ricominciare. L’attenzione per l’universo femminile gli viene da sua mamma, che era incredibile, e dalle sue sorelle».Mai vissuto momenti di crisi come il protagonista di Amarga Navidad?«La vita non è solo l’arte, siamo frustrati perché non abbiamo tempo, preoccupati per la salute dei cari che amiamo, diamo tempo a tutti meno che a noi stessi, ci chiediamo perché siamo sempre così incazzati. La mia risposta è sempre: “Arrenditi”. Nel momento in cui ci arrendiamo la tensione va via, non si può lottare contro tutto, bisogna lasciar fluire. L'anima deve respirare. Nei momenti di crisi mi dico: «Arrenditi, carina! Non insultarti, non trattarti male, non colpevolizzarti».Cosa da attrice non ha mai fatto?«Essere vanitosa. La vanità uccide l’arte, l’umiltà l’aiuta. Aiuta ricordarsi che siamo veicoli di arte, ma non siamo l’arte. Meno ci si prende sul serio più si è aperti alla poesia, che è il contrario della vanità egocentrica che vediamo così diffusa oggi».Cosa la spaventa, invece?«L’audacia dell’ignoranza, chi non sa nulla e pensa di sapere tutto. È pericolosissima l’ignoranza, a tutti i livelli».
Rossy de Palma e Almodóvar: galeotto fu il vestito - L'intervista
Da 40 anni il regista la sceglie per i suoi film. Incluso l’ultimo, “Amarga Navidad”. “Non ha mai perso la curiosità. Noi scrolliamo sui cellulari, lui ci spogl










