Bruxelles – La guerra in Medio Oriente e più ancora quella in Iran stanno ridisegnando le aspettative delle imprese, ora più pessimiste circa le prospettive di business. Gli operatori del mercato temono aumenti dei costi e dei prezzi, con conseguente riduzione dei ricavi e meno credito da parte delle banche. È quanto emerge da un’analisi condotta dai tecnici della Banca centrale europea, e pubblicata sul blog della BCE. I dati sono stati raccolti attraverso interviste condotte tra il 19 febbraio e l’1 aprile, dunque prima e dopo gli attacchi di Stati Uniti e Israele in Iran, permettendo così di mappare il cambio di opinioni.Emerge quindi che nelle due settimane precedenti allo scoppio della guerra, le aziende si aspettavano che i loro prezzi di vendita e i costi dei fattori produttivi non di manodopera aumentassero in media, rispettivamente, del 3 per cento e del 3,9 per cento. Per le imprese intervistate dopo il 28 febbraio, invece, i valori sono passati al 4,1 per cento per le aspettative dei prezzi di vendita e al 7,7 per cento per i costi di input, con attese di rialzi pari, rispettivamente, di 1,1 punti percentuali e 3,8 punti percentuali. Una situazione analoga si è registrata anche per ciò che riguarda l’inflazione: le imprese intervistate prima dello scoppio della guerra in Iran dichiaravano di aspettarsi un’inflazione media annuale del 2,5 per cento, mentre dopo il conflitto le imprese hanno spostato l’asticella al 3 per cento.Da notare come la guerra e l’aumento associato dei prezzi dell’energia e delle interruzioni dell’offerta avevano provocato una sostanziale revisione al rialzo delle aspettative di inflazione a breve termine. Le aspettative di inflazione mediana di tre anni e cinque anni, al contrario, restavano invariate. Vuol dire che le imprese, nel momento in cui è stata condotta l’intervista, dunque fino all’1 aprile, non si aspettavano che l’impulso inflazionistico persistesse nel medio-lungo termine.L’indagine condotta dai tecnici della BCE sul sentimento economico delle imprese non è casuale: le aspettative delle imprese per i costi, i prezzi e il contesto macroeconomico più ampio “sono fondamentali per le loro decisioni in materia di salari, investimenti e occupazione”, sottolinea il documento. Queste decisioni, a loro volta, “determinano come gli shock economici vengono trasmessi all’economia”.Non a caso, continuano i tecnici della BCE, il sentimento economico delle imprese per fatturato, investimenti e prestiti bancari nei prossimi tre e sei mesi ha visto “una prospettiva notevolmente più pessimistica” tra le aziende interpellate dopo lo scoppio della guerra in Iran. Soprattutto le imprese ad alta intensità energetica (trasporti ed edilizia) temono che le banche saranno meno propense al rischio e quindi potranno concedere meno prestiti, il che porta ad essere meno ottimisti sotto ogni punto di vista (ricavi e investimenti).Insomma, con la guerra in Iran i dati suggeriscono che “il conflitto ha portato le aziende a rivalutare le loro prospettive commerciali a breve termine”. La buona notizia è che “la stabilità delle aspettative salariali e le aspettative di inflazione a più lungo termine suggeriscono che, finora, le imprese non prevedono che lo shock diventi persistente“. Anche perché fin qui “il deterioramento del sentimento economico si è concentrato tra le imprese che operano nei settori ad alta intensità energetica”.