La sensazione piena di trovarmi in un Paese di spie l’ho avuta in un ascensore panoramico dell’hotel Aseman di Isfahan, meravigliosa città patrimonio dell’umanità, situata non lontano sia dal wadi di Yarande Rud sia da un paio di siti nucleari di estrema importanza. Al terzo piano dell’albergo l’ascensore si era aperto davanti a me, come ogni mattina, per portarmi all’ottavo piano, con la sala panoramica rotante sui tetti della città. Ma quel giorno, stranamente, non sono entrata nell’ascensore da sola. Ho fattezze mediorientali, avevo il roosari in testa, un thobe perfetto e alla moda: impossibile immaginare che io non fossi iraniana. Gli uomini locali, per rispetto, non prendevano mai l’ascensore da soli con me. Invece quel giovane, con un cappellino da baseball ben calcato sulla testa, lo fece. Avrà avuto un motivo, pensai. Infatti lo aveva, ed era un motivo che avrei scoperto di lì a poco. In pieno silenzio, dopo qualche secondo dalla chiusura delle porte, in perfetto italiano, mi chiese: «Come va in università?», citando l’istituzione di Milano per la quale lavoro da venti anni. È in questi momenti che qualcosa di atavico, direttamente collegato con la mia infanzia in Sicilia, si attiva in me. Capii quel che dovevo capire. Che lui mi pedinava per sapere esattamente cosa stessi facendo in Iran e che, di certo, non era un amico. Ma non era nemmeno un nemico, per ora. Rimanendo ferma nella stessa posizione, senza guardarlo in faccia o girarmi, risposi: «Bene». E replicai come la gente di mondo sa fare: «E lei, a Milano, frequenta il Politecnico o l’Accademia di Belle Arti?». Volevo fargli capire che sapevo perfettamente come funzionano, in una città come Milano, le geografie della diaspora e di coloro che la spiano. Avevo festeggiato due Nowrooz (il capodanno persiano) consecutivi con amici della comunità iraniana universitaria di Milano e gli scherzi sui servizi segreti avevano fatto parte del divertimento serale. All’epoca avevo individuato anche un locale, non distante dalla mia abitazione di Milano, di proprietà del Consolato iraniano, che aveva le sembianze di un centro culturale, ma ho qualche ragionevole dubbio che servisse ad altro. All’ingresso, appena sovraimpresso sul vetro, in modo molto discreto, era visibile il simbolo dei pasdaran. Adesso, mi trovavo a dieci centimetri da uno di loro. L’atmosfera che si respirava nell’ascensore era tesa, ma cordiale. Il giovane mi rispose che non frequentava nessuno dei due luoghi da me menzionati ma che conosceva tutti gli studenti iraniani che frequentavano entrambe le istituzioni: giocava a carte scoperte, facendomi capire che conosceva i miei legami su Milano. A questo punto, mi aveva fatto capire quel che dovevo sapere. Gli ho augurato una buona giornata, mentre si aprivano le porte automatiche sull’ingresso della sala colazioni. Lui ha replicato con un tagliente «buon lavoro» ed è sparito nel nulla. Considerato che ero sotto copertura con visto turistico, mi trovavo già nella classica posizione dell’«uomo avvisato mezzo salvato». I giorni successivi non furono sereni, ma siamo rientrati in Italia. Sinceramente non ero per nulla certa che avremmo superato i gate in aeroporto.