Istrionico, divertente, imprevedibile, fenomenale. Gael Monfils per oltre vent’anni ha incarnato il ruolo del grande cantastorie, il raffinato giocoliere del rettangolo verde. The greatest showman. Ma nel racconto di un tennis troppo spesso anestetizzato dall’ossessione per i numeri, che non sempre hanno la lungimiranza di raccontare tutta la storia, il giocatore francese è sempre stato quello per cui tutti impazziscono ma che alla fine nessuno prende realmente sul serio. Perché non ha mai rispettato le previsioni, perché quando doveva scegliere ha spesso optato per il colpo difficile rispetto a quello considerato semplice, e perché ha sovente fatto di testa sua, privilegiando la creatività alla potenza. In uno sport come il tennis moderno, dove l’uniformità è considerata un pregio e dove tutti tendono a giocare alla stessa maniera, questo trentanovenne francese appare come una specie rara che andrebbe protetta dallo scorrere del tempo. Osservandolo giocare, con quella sua elegante atleticità, mi ha fatto tornare in mente la definizione che Ernest Hemingway diede una volta alla parola coraggio: «Grace, under pressure».

Sua moglie, Elina Svitolina, lo ha ribattezzato The magician, per via di quel suo stile di tennis unico che tiene assieme velocità, intelligenza, creatività e coordinazione. Nei giorni scorsi, celebrando la sua ultima apparizione qui al Roland Garros, la tennista ucraina, recente vincitrice degli Internazionali di Roma, ha pubblicato una lettera alla figlia Skai, intitolata, “Tuo padre, il Mago”. «Ti scrivo questa lettera, con la speranza che un giorno tu possa leggere i pensieri di tua madre – ha scritto Svitolina – e allora capirai perché tuo padre significa così tanto per molte persone in tutto il mondo. Capirai perché la sua carriera è stata così straordinaria. Capirai perché a volte il tennis è molto più di un semplice sport».