Per mesi lo hanno raccontato come il solito candidato “troppo politico”, troppo romano, troppo di partito, troppo ingombrante. Hanno sorriso quando ha deciso di metterci la faccia in prima persona. Qualcuno quasi lo sfotteva: “vuole fare il sindaco perché a Roma ha finito il giro”. Altri spiegavano con aria sapiente che Reggio Calabria non avrebbe mai consegnato Palazzo San Giorgio a uno come Francesco Cannizzaro. E invece Cannizzaro ha fatto una cosa semplicissima, che in politica ormai fanno in pochi: ha rischiato davvero. Ha lasciato la comfort zone del parlamentare influente, del coordinatore regionale di partito, del dirigente nazionale blindato dalle dinamiche romane, ed è sceso nella mischia vera. Quella dove non contano i retroscena, ma le urne.
La mischia vera di Reggio Calabria
Perché è facile fare il fenomeno nei talk o nei congressi di partito. Molto meno facile è caricarsi sulle spalle una città complicata, emotiva, orgogliosa e spesso spietata come Reggio Calabria dopo oltre dieci anni di centrosinistra e dopo una stagione amministrativa finita tra tensioni interne, guerre di correnti e crolli politici progressivi.
E qui arriva il punto più divertente. Quelli che oggi parlano di “vittoria annunciata” sono gli stessi che fino a pochi mesi fa lo descrivevano come divisivo, inadatto, troppo esposto, troppo ambizioso. In pratica, secondo i critici, Cannizzaro avrebbe dovuto continuare a fare il federatore senza candidarsi mai davvero. Una specie di centravanti che però non deve tirare in porta.












