Nell’esilarante liturgia dello spoglio delle Amministrative - quella in cui anche l’elezione di un consigliere a Roccacannuccia è degna di un trionfale comunicato stampa - proviamo a trovare conforto nell’oggettività dei dati. Il più incontrovertibile è che in Sicilia il centrodestra ha preso una sonora scoppola. In controtendenza rispetto al resto d’Italia (da Reggio Calabria a Venezia), dove il governo tiene e sterilizza l’effetto-referendum, al di sotto dello Stretto i risultati sono disastrosi.

La coalizione siciliana resta a bocca asciutta in tutti i tre capoluoghi: a Messina il bis di Basile, con De Luca che gongola da aspirante ago della bilancia; a Enna Crisafulli «il primo sindaco comunista», senza simbolo del Pd; ad Agrigento il lavarderiano Sodano sfiora il colpaccio. Altro elemento di riflessione: il centrodestra, al netto di sfumature civiche, governava 13 dei 17 comuni al voto con il proporzionale e ora si ritrova con appena 6 sindaci eletti al primo turno.

Un chiaro avviso ai naviganti. In quello che potrebbe essere l’ultimo test prima di Regionali e Politiche, la maggioranza di Schifani (che ha ostentato distacco dal voto nei comuni) si conferma in profonda crisi. Candidati sbagliati, ma soprattutto un’altra certezza: laddove è dilaniato in una guerra tra tribù (cioè quasi ovunque), il centrodestra perde. Manca l’amalgama, quella che il mitico Massimino cercava al calciomercato dell’hotel Gallia; la stessa che nemmeno oggi si può comprare con le paginate autocelebrative a pagamento. E qualcuno, magari a Roma, ora dovrà assumersi la responsabilità della scelta: continuare così, andando incontro a una sicura sconfitta nel 2027, o voltare pagina prima che sia troppo tardi. Senza guardare in faccia nessuno.