«Quando è iniziato il genocidio la nostra palestra è stata distrutta e alcune delle nostre atlete sono state uccise: non volevo continuare perché non volevo perderne altre ma le ragazze mi hanno detto che fermarsi, per loro, sarebbe stato peggio».
RIMA ABU RAHMA fa la pugile dal 2020, quando ha fondato Gaza Boxing Women. Ricorda ancora il sorriso di scherno del coach Osama Ayoub, rintracciato sui social media: «Rideva perché sono una donna». L’insistenza di Rima convince Osama, la rete si allarga molto presto. Da 5 a 10, poi 15 fino a 50 pugili donne, le prime nella Striscia di Gaza. Tutto tramite passaparola. «Non avevamo un modello femminile di riferimento, c’erano solo uomini che facevano boxe, uomini che facevano wrestling, uomini che giocavano a calcio – racconta Rima – e quando cresci senza vedere certe cose intorno a te, non sai nemmeno che esistano».
Per i pugili e le pugili da Ramallah, da Gerusalemme e dal campo profughi di Aida, periferia di Betlemme, l’occasione per sfidare gli altri sul ring è arrivata con «Boxe contro l’assedio», triangolare di pugilato tra Irlanda, Italia e Palestina organizzata a Roma dall’ong Ciss insieme alla palestra popolare di Palermo e a quelle romane «Valerio Verbano» e del Quarticciolo.









