«Oggi no. Malerba ha ancora da lavorare molto». In queste poche parole di disarmante sincerità, in cui parla di sé in terza persona, è racchiuso il destino di un artista come Emilio Malerba, uno tra i protagonisti del gruppo Novecento aggregatosi attorno alla figura di Margherita Sarfatti. Sulla sua parabola, a causa di questa ritrosia a occupare la scena e anche di una morte troppo precoce, era calato per decenni un cono d’ombra, su cui oggi meritoriamente la Fondazione Ragghianti di Lucca getta luce, con una mostra affidata alla curatela di alcuni tra i maggiori esperti di questa stagione dell’arte italiana, come Paolo Bolpagni ed Elena Pontiggia (fino al 7 giugno). Quell’«oggi no» era la risposta che l’artista aveva dato a Carlo Carrà, osservatore autorevole ma non tenero nei confronti dei colleghi del gruppo Novecento, il quale nell’agosto del 1925 avrebbe voluto dedicare a Malerba un articolo su un seguitissimo quotidiano milanese, «L’Ambrosiano». «Non ascolto la vanità», si scherniva l’artista in quella lettera di diniego, «perché è un veleno troppo dolce. Interrogo la mia coscienza e amaramente mi risponde che non vale proprio la pena scrivere di me, dei risultati pittorici finora ottenuti».