C’è stato un lungo tempo della mia vita in cui ogni qual volta pensavo agli ebrei, li pensavo come una razza superiore. Oggi non più. Ovviamente l’errore era nell’usare il termine “razza”, che di per sé non significa nulla. Se vuoi intendere quel che accade in Israele e dintorni devi usare connotazioni più specifiche: gli ebrei israeliani che al confine con il Libano fronteggiano i terroristi di Hezbollah, i risoluti coloni ebrei che vorrebbero mandare al diavolo l’intera popolazione palestinese della Cisgiordania, i genitori di quel bambino ebreo bruciato vivo in ragione di un agguato di Hamas, gli ebrei israeliani che hanno vissuto da vicino l’orrore inaudito del 7 ottobre 2024 sotto forma del massacro di qualcuno dei loro cari. Ci sono cento modi di essere ebrei, uno è quello eccezionalmente volgare del ministro Itamar Ben-Gvir. Eppure questa che ho chiamato “volgarità” fa parte della storia di Israele, raccontata da Elena Testi (una giornalista e scrittrice che lavora a La7) nel suo gran bel libro Genesi (Feltrinelli editore, 2026).Ben-Gvir non è venuto dal nulla e bensì dalla drammatica storia di Israele. Molti anni fa ero seduto in una delle poltrone del “Costanzo Show” e avevo vicina la vedova di Yitzhak Rabin, il leader israeliano assassinato a Tel Aviv nel 1995 da Yigal Amir, un furioso estremista ebreo che non aveva sopportato quel gesto di Rabin che a tutti noi parve meraviglioso, quel suo gesto di stringere la mano a Yasser Arafat, uno che pure non aveva scherzato quando s’era trattato di usare la violenza contro gli ebrei israeliani. Ecco, nel salotto del “Costanzo Show” la sua vedova ci stava raccontando la nobiltà e il coraggio politico del gesto di suo marito, un gesto che lui avrebbe pagato con la vita a causa dell’odio di quello che possiamo ben definire un non lontanissimo compare di Ben-Gvir, ossia il suo assassino Yigal Amir. In Israele convivono due diversi e totalmente opposti modi di vivere l’ebraicità? Senza dubbio alcuno. La storia di Israele è incomprensibile se non metti sulla bilancia le prepotenze dei “coloni” che vorrebbero impadronirsi sino all’ultimo metro quadrato della Cisgiordania. Lo diciamo da gente che ha esaltato la nascita di Israele quale luogo di rifugio e di identità degli ebrei di tutto il mondo.Magnifico che Israele fosse nata e ultradrammatico il cammino che gli ebrei sionisti avevano percorso pur di farla nascere. Ultimo dei quali il far saltare in aria un intero albergo di Gerusalemme pur di convincere gli inglesi a rinunciare al ruolo di “mandatari” che avevano ricevuto dall’Onu subito dopo la fine della Prima guerra mondiale. Impossibile che lungo un percorso talmente accidentato, gli ebrei che agivano nel nome di Israele non commettessero errori anche gravi. Nel suo libro Elena Testi li racconta a puntino.Nel giugno del 1982 a Beirut Ovest, in Libano, le forze israeliane stavano per dare addosso alla milizia paramilitare falangista, furibonda a causa dell’attentato che aveva ucciso il presidente libanese Gushir Gemayel. Dentro la città erano apprestati qualcosa come 15 mila combattenti dell’Olp e dei suoi alleati. Intervenne un accordo sulla base del quale gli israeliani si impegnavano a non entrare in città e a lasciare che i combattenti dell’Olp ne uscissero senza essere attaccati. I palestinesi che decidevano di restare in città sarebbero stati lasciati in pace, il tutto garantito da una forza multinazionale di pace fornita da Usa, Italia e Francia. Il primo giorno di settembre l’evacuazione dei palestinesi di Arafat fu terminata. Il fatto è che secondo il comandante delle truppe israeliane, Ariel Sharon, a Beirut e dintorni erano rimasti duemila guerriglieri palestinesi. Il 14 settembre del 1982 il neo presidente libanese (Bashir Gemayel, figlio di Gushir) venne ucciso in un attentato. A quel punto i libanesi si avventarono sui campi profughi palestinesi, dai quali reputavano venissero gli attentatori, e iniziarono un massacro che comportò un paio di migliaia di assassinati. L’esercito israeliano non mosse un dito. “Ciò che abbiamo visto è assolutamente atroce” riferirà un giornalista arrivato fra i primi a tastare con i suoi occhi la distesa di morti.