di
Maria Giovanna Faiella
Due cooperanti italiani di ritorno dall'Uganda sono stati ricoverati all'Ospedale Sacco di Milano, come prevedono i protocolli attivati nel nostro Paese per la gestione dei casi sospetti. In Italia il rischio di contagio «è molto basso», dice il ministero della Salute
Per due cooperanti italiani, di ritorno dall’Uganda, ritenuti a rischio di contagio da virus Bundibugyo, una forma grave della malattia di Ebola, è stata attivata la procedura di sorveglianza, col ricovero all'ospedale Sacco di Milano, struttura specializzata nella gestione delle malattie infettive ad alto rischio, per gli accertamenti diagnostici previsti dai protocolli nazionali e internazionali. Le persone appartenenti ai nuclei familiari coinvolti sono sottoposte a sorveglianza sanitaria e monitoraggio da parte delle autorità competenti. Ma che cos'è il virus Bundibugyo? Quanto è pericoloso? Quali sono i sintomi? Nel nostro Paese esiste un rischio di contagio? Come si cura la malattia? Lo abbiamo chiesto a Enrico Di Rosa, presidente della Società di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica.
Che cos'è la malattia da virus Bundibugyo e quanto è pericolosa?«La malattia da virus Bundibugyo (BVD) è una forma grave della malattia di Ebola, causata dal virus Bundibugyo, una delle specie di Orthoebolavirus. Spesso può essere fatale, soprattutto in Paesi dove i sistemi sanitari non offrono un’assistenza adeguata, la mortalità è superiore al 30 per cento dei casi». Quali sono i sintomi?«Agli inizi i sintomi sono aspecifici: comprendono febbre, stanchezzza, dolori muscolari, mal di testa, mal di gola. In seguito possono comparire vomito, diarrea e possono manifestarsi emorragie col coinvolgimento di organi interni, quindi le condizioni del paziente si aggravano». Come si trasmette il virus? «Non si trasmette per via aerea. Il contagio avviene attraverso il contatto diretto con sangue, ma anche con fluidi corporei come sudore e secrezioni di persone malate o defunte o di animali infetti».La malattia si può curare?«Non esiste un vaccino autorizzato o terapie specifiche contro il virus Bundibugyo. In ogni caso un intervento tempestivo di supporto favorisce l’esito favorevole della malattia».Esiste un reale rischio di contagio nei Paesi non colpiti dall'epidemia? «Il rischio è molto basso, come sottolineano sia il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie ECDC, sia il ministero della Salute. Può succedere che una persona contagiatasi nella Repubblica Democratica del Congo arrivi in Italia o in un altro Paese europeo, ma è improbabile che possa contagiare altre persone». In questi casi si attiva la sorveglianza sanitaria?«In seguito a questi focolai, a livello internazionale si sono attivati “cordoni sanitari". Nel nostro Paese, chi proviene da zone epidemiche deve rimanere in isolamento ed è sottoposto a sorveglianza sanitaria e monitoraggio da parte delle autorità sanitarie competenti. In caso di sospetto perché compaiono sintomi riconducibili a Ebola, si attiva il percorso diagnostico, come è successo nel caso dei due cooperanti italiani ricoverati all'Ospedale Sacco, dove possono essere trattati in condizioni di massima sicurezza evitando che, in caso di diagnosi confermata, gli stessi operatori sanitari che li curano possano infettarsi. Quanto alle persone che sono state in contatto coi due cooperanti, fino a quando il sospetto di malattia non viene escluso, devono a loro volta rimanere in isolamento, anche in assenza di sintomi». Quanto dobbiamo preoccuparci? «Nessun allarmismo in Italia, anche perché si è visto che il sistema di sorveglianza funziona, essendo state subito attivate le procedure raccomandate. È preoccupante, invece, la situazione locale, nella Repubblica Democratica del Congo e nei Paesi limitrofi dove i contagi continuano a salire e anche i decessi (circa duecento)».










