Europa era una principessa fenicia, figlia di un re. Dalle sue parti si trovò a passare un greco, Zeus, il quale la vide su un’assolata spiaggia che oggi diremmo libanese, intenta a cogliere fiori con le sue ancelle, e se ne innamorò. Travisato da toro bianco – non so in che modo tale travestimento avrebbe dovuto renderlo più discreto –, il dio si avvicinò alla donna che, ingannata dalla mansuetudine dell’animale, lo accolse e finì per montargli sul dorso. Quel gesto segnò la fine della sua vita precedente, perché il toro divino la rapì, e via mare la condusse sull’isola di Creta. Doveva essere un pomeriggio d’estate e Zeus sapeva nuotare bene. È l’inizio del mito cui dobbiamo la più diffusa ‘spiegazione’ per il nome del nostro paese, l’Europa. Il dio si rivelò alla principessa rapita: dalla loro unione, da questo stupro, la mitologia vuole che nasca uno dei primi grandi sovrani europei, un monarca meticcio, Minos. Sotto il suo regno verrà costruito il grande palazzo a Iraklio, e il labirinto dove rinchiuderà il suo figliastro, anche lui meticcio, nato dall’unione di sua moglie Pasifae con un altro toro: il Minotauro, mezzo uomo, mezzo animale.

Nella Nuova enciclopedia, Alberto Savinio scrive alla voce «Europa» che «Molto in Europa non è europeo». Nemmeno il suo nome proprio. Nemmeno i suoi miti fondativi. E allo stesso tempo, scrive ancora Savinio, nulla è più europeo della Grecia presocratica.