Ha vinto il merito. La Roma di Gian Piero Gasperini e il Como di Cesc Fàbregas strappano i biglietti per i voli europei poiché durante la stagione hanno mostrato di crederci di più, attraverso il gioco e non soluzioni estemporanee, preservandosi fresche per la volata finale. “They got money, they got sun, they look like they're havin' fun”, cantavano i Marillion: “We get the dream that we deserve”, afferriamo il sogno che ci meritiamo, ed è quanto mai impensabile per la storia dei lariani. L’altro lato della medaglia, ovviamente, è il flop della Juventus e soprattutto del Milan. Se i bianconeri erano virtualmente tagliati fuori dopo la sconfitta interna contro la Fiorentina (solo una combinazione favorevole di fattori avrebbe potuto rianimarli), non ha spiegazioni la debâcle del Milan a San Siro contro un Cagliari che non aveva più da chiedere al torneo. I sardi hanno preso a pallate la squadra di Massimiliano Allegri, tradito dalle punte, oltre la dimensione del risultato.“Disappointment, you shouldn't have done, you couldn't have done, you wouldn't have done”, gorgheggiava categorica la povera Dolores o’Riordan dei Cranberries, presaga della fragile mentalità, dell’appagamento e probabilmente anche della debole condizione fisica dei rossoneri, chiamati a doversi rifondare tra incognite - il tecnico va in Nazionale? - e le somme mancanti per la qualificazione all’Europa che conta di più. A maggior ragione, servirà una grande Europa League.Un plauso alle comprimarie che l’ultima giornata hanno dato tutto, le squadre sparring partner che pur senza obiettivi non volevano proprio passare per coloro che si scansano: certo il Torino con motivazioni da derby e una situazione incendiaria all’esterno, appunto il Cagliari corsaro, ma anche il Verona che ha combattuto e creato chance di difficoltà alla Roma, e pure il Genoa che non ha reso facile la salvezza del Lecce: nessuna facile resa, nessuna ritirata, diceva il boss Bruce Springsteen. Sia resa quindi gloria ai personaggi dell’ultimo turno: come Eusebio di Francesco, che ha riscattato due retrocessioni atroci con la salvezza in Salento. E Dušan Vlahović, doppietta che non “retrocede” al piano inferiore. L’eterno Pedro, sempre Pedrito, che conosce l’arte del calcio e della positività imparata al Barcelona, allo stesso modo in cui chi allena il Como ne ha fatto un elemento di visione, oltre che di eleganza: charming Smiths che coccolano le complessità della vita.È stato, tra l’altro, il campionato dei troppi errori arbitrali (e del Var), di trasferte vietate alle tifoserie ospiti senza giustificazioni plausibili, del sorgente scandalo Rocchi, di allenatori spesso polemici. L’ennesima espressione di una Nazionale che cicca i Mondiali per dodici anni: ora proprio alla competizione nordamericana è rivolta l’attenzione fino a metà estate, un mondo che pare andare avanti - e benissimo - anche senza l’Italia. Ai mesi venturi la challenge di Kimi Antonelli farà capire se saremo un paese con meno calcio.