E se I Promessi Sposi fossero stati scritti da Giacomo Leopardi? A poche settimane dall'inizio degli esami di maturità, mentre cresce l’attesa per le tracce che gli studenti affronteranno, si riaccende il dibattito sul futuro dei licei. Negli ultimi mesi, la scintilla è stata innescata dalle nuove Indicazioni Nazionali, un documento che ridefinisce gli obiettivi di apprendimento per ogni disciplina. Al momento si tratta di bozze in attesa di consultazione con il mondo della scuola, ma alcune sembrano degne di nota, come l’integrazione dell’intelligenza artificiale come strumento di supporto alla ricerca e all’analisi. Tuttavia, l’attenzione pubblica non si è concentrata su questo aspetto: una delle ipotesi finita nell’occhio del ciclone prevede di posticipare la lettura de I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni al quarto anno, eliminandone l’obbligatorietà nel biennio iniziale. L’obiettivo della commissione è avvicinare gli studenti di 14 e 15 anni al piacere di leggere, proponendo testi più accessibili e linguisticamente meno complessi rispetto al capolavoro manzoniano. Le critiche non sono mancate: alcuni hanno parlato di “abolizione” di uno dei capisaldi della nostra cultura, mentre altri hanno sottolineato come l’educazione sia un processo che avviene proprio laddove sorgono quelle difficoltà che le indicazioni ministeriali tentano di aggirare. Evitare che gli studenti si misurino con un romanzo di tale portata nelle prime fasi dell’adolescenza sarebbe, infatti, controproducente per la loro formazione. Come uscire da questo vicolo cieco? Probabilmente, la soluzione non si nasconde in uno dei due poli: il nodo della questione non è soltanto l’atto del “leggere un’opera”, ma anche come proporre quest’ultima agli studenti. Umberto Eco, nel suo articolo Il “Potemkin" di Hitchcock, riporta una tesi di Pierre Bayard secondo cui sarebbe fruttuoso, di tanto in tanto, leggere le opere “cambiandone l’autore”. Bayard esorta esplicitamente a leggere l’Odissea come se fosse stata scritta da una donna, o a sfogliare Lo straniero di Camus come se l’avesse scritto Kafka. Il punto non è tanto quello di creare un bizzarro esercizio mentale, quanto mostrare come si possa raccontare un’opera, per quanto imponente, in modi sempre nuovi: cambiare le lenti con cui leggiamo quelle righe può far emergere sfumature che non avremmo previsto, facendo dialogare epoche e percorsi culturali differenti. La provocazione di Bayard ci ricorda che l’aspetto più importante di un’opera è il contributo soggettivo del lettore e la capacità del testo di parlargli sempre diversamente. Scrive Eco: “Io, or sono cinquant'anni, mi ero divertito a rileggere i ‘Promessi sposi’ come se fosse di Joyce […]. Il mio esercizio non mirava a capire meglio né Manzoni né Joyce, anzi, stravolgeva entrambi. Invece Bayard seriamente ritiene che questi cambi di prospettiva aiutino a vedere le opere sotto punti di vista sorprendenti e fecondi. Salvo che, e questo è il messaggio che Bayard affida al suo epilogo, guai, una volta cambiato l'autore, fissare le opere sotto questa nuova veste, commettendo l'errore della critica tradizionale che si arroccava su una sola attribuzione. Bisogna al contrario iniziare, anche nelle scuole, a praticare una ‘attribuzione mobile', cambiando di autore (e di prospettiva) ogni volta, e avere il coraggio di leggere un ‘Fratelli Karamazov' di Nietzsche e una ‘Montagna incantata’ di Flaubert”. È chiaro che un esercizio simile richiede la conoscenza dell’effettivo contesto culturale di un’opera (oltre che del suo reale autore) e il possesso di capacità critiche tali da permettere di far comunicare mondi letterali differenti. Ma la provocazione, per quanto di difficile attuazione, può aiutarci a ricalibrare le necessità dei lettori (che qui sono, non dimentichiamolo, studenti): per loro, il vero pericolo non è tanto conoscere o meno Manzoni alla perfezione, ma approcciarsi ai Promessi Sposi sfogliandoli come un rigido, freddo e statico manuale di istruzioni. In quest’ottica, una maggiore autonomia degli insegnanti nella scelta dei classici sarebbe ideale: solo chi vive quotidianamente le dinamiche dell’aula può percepire le esigenze dei propri studenti e selezionare, in base alle loro sensibilità e al contesto sociale che stanno vivendo, un classico capace di richiamarne l’interesse, promuovendo un reale avvicinamento all’universo letterario. In quella classe, in un dato periodo, potrebbe scoccare l’ora di confrontarsi con lo sguardo di Pirandello o con la penna affilata di Calvino. Ciò non esclude I Promessi Sposi, ma amplia le possibilità di scelta del docente (presumibilmente attingendo da una lista ministeriale), che deve fare i conti non solo con la trasmissione di nozioni, ma con la sfida di accendere l’interesse degli studenti per un cosmo che, altrimenti, rischierebbero di percepire soltanto come un laboratorio linguistico, anziché come uno specchio in cui ritrovare emozioni e riflessioni umane. Ecco perché la battaglia non riguarda solamente il “cosa” insegnare, ma piuttosto il “come” raccontarlo. Talvolta, senza escludere soluzioni creative, come quella dei Promessi Sposi scritti da Leopardi. Conclude Eco: "Io ritengo che non si tratti di una pratica da incoraggiare sistematicamente, ma ogni tanto (perché no?) aiuterebbe”. D'altronde, nel momento in cui i giovani si avvicinano alla lettura attraverso un immaginario che li stimoli e li coinvolga, chi può escludere che non finiscano per perdersi anche nelle vicende di Renzo e Lucia?
I Promessi Sposi di Giacomo Leopardi
Umberto Eco, nel suo articolo Il “Potemkin" di Hitchcock, riporta una tesi di Pierre Bayard secondo cui sarebbe fruttuoso, di tanto in tanto, leggere le opere “








