Nonostante tutto, l’iniziativa del governo italiano intesa ad allargare i margini di flessibilità di bilancio consentiti dalla odierna governance fiscale europea sembrerebbe aver ottenuto un primo risultato. Sembrerebbero, infatti, esserci motivi per supporre che la modalità con cui il tema è stato posto – e cioè la difficoltà di proporre alle opinioni pubbliche europee un ordine di priorità diverso da quello visibilmente imposto dalla realtà contingente – potrebbero, quantomeno, aver indotto la Commissione ad avviare una riflessione. Nell’attesa che questa riflessione porti a un qualche risultato, è impossibile non osservare come le diverse edizioni della governance europea sembrerebbero essere tutte accomunate dallo stesso, identico, destino: nascere per rispondere alla rigidità delle regole fiscali precedenti e poi, a distanza, non di anni ma di mesi rivelarsi del tutto impotenti rispetto a eventi imprevisti e spesso imprevedibili. In parte ciò è la conseguenza della natura contraddittoria delle regole fiscali stesse che rappresentano un compromesso fra visioni spesso radicalmente diverse del ruolo dell’operatore pubblico nell’economia. Un compromesso il cui esito è uno solo: il malfunzionamento delle regole fiscali stesse. Ma c’è, purtroppo, di più: le difficoltà della governance fiscale europea a soli due anni dal suo varo sono la conseguenza della infantile illusione coltivata da tutte le burocrazie: quella di poter prevedere in anticipo e quindi regolare gli eventi umani. Una illusione che nasconde la volontà di dare un senso qualsivoglia al proprio ruolo, ampliandolo incessantemente. In un mondo dominato, non da oggi, dall’incertezza le uniche regole che funzionano sono quelle semplici e uniformi. Quelle “stupide”.Dal punto di vista italiano, la richiesta di una maggiore flessibilità – quale che sia la forma che questa poi prenderà, se la prenderà – mirata a una estensione temporale di provvedimenti a sostegno di specifiche categorie non può stupire. I provvedimenti di breve respiro hanno segnato tutte le emergenze di questo primo quarto di secolo spesso e volentieri protraendosi ben oltre le emergenze stesse (con grave danno per le finanze pubbliche). In questo caso, non si può non osservare, peraltro, una piccola ma significativa differenza: all’intervento tampone sembrerebbe essersi associata una qualche accelerazione su un tema di carattere strutturale e cioè quello del ritorno al nucleare (ovviamente, “sostenibile”). Una qualche iniziativa mirata a ridurre i tempi di autorizzazione e realizzazione del solare e dell’eolico sarebbe stata anch’essa benvenuta ma bisogna accontentarsi.Ciò sottolinea la necessità che ogni eventuale ulteriore margine di flessibilità venga utilizzato in termini strettamente temporanei ed associato a una previsione di rapido rientro dell’eventuale debito aggiuntivo (debito aggiuntivo che sarebbe con ogni probabilità solo rinviato se il tutto si risolvesse spostando fondi destinati a spese in conto capitale verso capitoli di spesa in conto corrente). E ciò anche perché vi sono fondati motivi per immaginare tassi di interesse in rialzo nella seconda parte dell’anno. Il cambio della guardia alla Federal Reserve sembrerebbe, ironicamente, coincidere con una presa d’atto della impraticabilità di riduzioni nei tassi di interesse e gli analisti prevedono, anzi, una loro revisione in aumento entro l’anno. L’ondata al rialzo sembrerebbe aver già interessato ed interessare molte economie occidentali sia pure in misura diversa: la Germania, il Regno Unito e, forse, soprattutto il Giappone. La rinnovata presenza degli squilibri macroeconomici globali che già avevano fatto da sfondo alla crisi finanziaria globale torna a consigliare prudenza. In breve, per un paese fortemente indebitato, non è quasi mai un buon momento per fare debito ma questo lo è ancor meno di altri. E questo è non vero ma verissimo se si tratta di debito destinato a finanziare spesa corrente.