Racket, usura e forniture imposte soffocano villaggi, lidi e locali: pochi denunciano, molti raccontano solo a microfoni spenti. La sfida passa ora da indagini, intercettazioni e intelligence dello Stato
Nel corso degli anni decine di operazioni antimafia hanno acceso i riflettori sui condizionamenti che i clan calabresi esercitano sull’industria turistica. Nonostante le pressioni dei malavitosi pochissime sono le denunce da degli imprenditori di settore che preferiscono subire ogni tipo di angherie anziché ribellarsi affidandosi alla protezione dello Stato. Gli imprenditori, seppure non parlino per paura, ad alcuni giornalisti (a microfoni spenti) raccontano il loro Calvario fatto di ogni tipo sopruso.
“Abbiamo paura per le nostre famiglie – hanno raccontato alcuni di loro – per questo non “spifferiamo” tutto quello che subiamo. Ci guardiamo bene dal metterci la faccia. Chi ce lo fa fare. Basta guardare alle storie dei tanti testimoni di giustizia della provincia di Vibo Valentia per rendersi conto che certe scelte è meglio non farle. Purtroppo dopo le denunce molti nostri colleghi sono stati emarginati socialmente e si trovano alla canna del gas dal punto di vista economico. Quella fine non la vogliamo fare. Quello che volevamo dire l’abbiamo detto ad un giornalista. Adesso sta agli investigatori, attraverso intercettazioni e pedinamenti, fare luce sulla nostra denuncia anonima a mezzo stampa”.












