Il "manifesto di Cosa nostra" scritto di pugno da Matteo Messina Denaro durante la latitanza e venuto fuori dalla corrispondenza tenuta nascosta dalla sorella, Rosalia. Parole scritte nel 2013, che confermano come allora, a venti anni dopo le stragi di Roma, Milano e Firenze, il boss stragista, l'ultimo degli agguerriti corleonesi, non aveva abbandonato l'idea di far guerra con lo Stato, almeno con quello Stato che gli dava incessante caccia e non certo con quei pezzi delle istituzioni che lo avrebbero aiutato a sfuggire a trent'anni di ricerche. Nel "pizzino-manifesto" non sono le parole del "simpaticone" che così voleva apparire con le donne che conoscerà nella clinica dove verrà arrestato dai Ros il 16 gennaio 2023, non è l'allegro medico che frequentava le case di Campobello di Mazara e la vicina spiaggia, Macondo e Macondino, ma sono le frasi del vero mafioso, la lettura suscita impressione, nonostante intanto Messina Denaro sia morto.
Dentro la gamba di una sedia, la stessa dove Rosalia conservava i documenti che svelarono ai Ros, riusciti durante una perquisizione a trovarli, la malattia del fratello. La data è quella del 15 dicembre 2013. Due giorni prima nel trapanese era scattato un blitz antimafia, operazione "Eden", 29 arresti, tra questi c'era una delle sue sorelle, Patrizia, detta 'a curta', moglie di Vincenzo Panicola, da poco tempo tutti e due sono tornati liberi, ma con lo stigma del boss che ha deciso di "posarli", per avergli disubbidito. Oltre a Patrizia venne arrestato Francesco Guttadauro, figlio di Rosalia e del palermitano Filippo, boss di Brancaccio. Francesco era il nipote prediletto di Messina Denaro. E così il capo mafia dalla sua latitanza mandò il "pizzino". Dietro la finzione del non essere un mafioso, rimarcò, da mafioso, come con lo Stato non si possa stare in pace, ma in guerra. Parole chiare che confermano la stagione delle bombe mafiose del 1992, Capaci e via D'Amelio, e 1993, via dei Georgofili, le chiese di Roma, San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro, via Palestro, la stessa sera in cui la “batteria” del governo non funzionò per qualche tempo e il presidente Ciampi ebbe paura di un colpo di Stato.













