“Essere incriminati di mafiosità, a questo punto, lo ritengo un onore”. È uno dei passaggi più emblematici dei pizzini attribuiti a Matteo Messina Denaro e inviati alle sorelle durante la lunga latitanza del boss di Castelvetrano. Una sorta di manifesto identitario e delirante, nel quale l’ex capomafia rivendica la propria appartenenza criminale e arriva perfino a evocare l’Unità d’Italia, parlando di siciliani “perseguitati, sopraffatti da uno Stato prima piemontese e poi romano che non riconosciamo”.
I messaggi sequestrati dagli investigatori ricostruiscono il sofisticato sistema di comunicazione messo in piedi dall’ex latitante, arrestato il 16 gennaio 2023 e morto il 25 settembre dello stesso anno. Al centro della rete, secondo la richiesta di arresto della procura di Palermo, ci sarebbero le sorelle Bice e Giovanna Messina Denaro, accusate di aver gestito per anni le comunicazioni e la cassa di Cosa nostra per conto del fratello.
Tra i pizzini emerge anche l’ossessione del boss per le telecamere installate dagli investigatori. In un messaggio inviato l’8 dicembre 2021 alla sorella Bice, Messina Denaro impartisce precise istruzioni per individuare e distruggere eventuali dispositivi di sorveglianza: “Te l’ho già detto, se sono telecamere devono avere il buco, o rotondo o rettangolare. Comunque rompi tutto, staccale da dove sono messe e buttale a terra sotto la tettoia”. Poi l’invito a reagire anche davanti alle proteste delle forze dell’ordine: “Digli che sei a casa tua e non vuoi cose non tue”.











