Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. In questa puntata pubblichiamo ampi stralci di carte giudiziarie che tengono insieme il biennio 92-93, la guerra della mafia allo stato e le bombe in Continente

Sinacori Vincenzo (Entrato in «cosa nostra» nel dicembre del 1981 nella famiglia Mazara del Vallo – Arrestato nel luglio del 1996 – Collaborante da settembre del 1996).

Il Sinacori, come si è visto nei paragrafi precedenti, ha dichiarato di aver sentito parlare di attentati al patrimonio artistico (in particolare, alla Torre di Pisa) subito dopo l’applicazione dell’art. 41/bis.

Questi attentati dovevano servire a portare lo Stato sul terreno della trattativa. Ha aggiunto che, dopo l’arresto di Riina, si formarono due gruppi in «cosa nostra»: uno che «voleva stare fermo», essendosi reso conto che le stragi di Capaci e via D’Amelio erano state un boomerang; un altro che intendeva proseguire sulla linea stragista, fino a piegare lo Stato.

Il primo gruppo era formato, sostanzialmente, da Ganci Raffaele, Cancemi Salvatore e Michelangelo La Barbera; il secondo gruppo era formato da Leoluca Bagarella, Matteo Messina Denaro, Giuseppe Graviano e, infine (come si vedrà), Brusca Giovanni. Tra questi due gruppi v’era Bernardo Provenzano, che faceva un po’ l’ago della bilancia: non voleva dispiacere i «palermitani» (Ganci e compagnia); non voleva contraddire il suo paesano corleonese (Bagarella) e gli amici di costui.