E’ di qualche giorno fa la notizia che l’Academy ha chiarito che solo la recitazione e la sceneggiatura realizzate da esseri umani saranno considerate idonee per la candidatura all’Oscar. L’Academy, che controlla il premio più prestigioso dell’industria cinematografica statunitense, ha pubblicato un regolamento aggiornato sui tipi di lavoro in film e documentari che saranno considerati idonei per l’Oscar, alla luce del crescente utilizzo della tecnologia dell’intelligenza artificiale. Nei requisiti di ammissibilità aggiornati, ha specificato che solo la recitazione “dimostrabilmente eseguita da esseri umani” e la sceneggiatura “opera di un essere umano” avranno i requisiti per poter essere nominate per un premio. Dopo casi come The Brutalist o Emilia Pérez, dove si è discusso del ruolo dell’AI in alcune fasi della produzione, l’Academy probabilmente ha sentito il bisogno di mettere un paletto prima che le ambiguità diventassero ingestibili. Se non lo facesse, si arriverebbe a situazioni paradossali: chi vince davvero, lo sceneggiatore o il modello che ha generato metà dei dialoghi?La recitazione e la sceneggiatura dei film ammissibili agli Oscar dovranno essere dimostrabilmente opera di esseri umaniQuesta rincorsa per porre limiti e divieti mi sembra però affannosa ed inutile: è una gara persa in partenza. Il cinema è tecnica e ora la tecnica, oggi, è questa qua. L’attore Val Kilmer, scomparso nel 2025, verrà ricreato con la tecnologia dell’intelligenza artificiale per interpretare il ruolo principale in un prossimo film. Più semplicemente, è cosa ormai ampiamente utilizzata anche la possibilità di doppiare un attore con l’intelligenza artificiale, facendolo parlare con la sua vera voce ma in lingue diverse, come se fosse proprio lui a parlare. Nel suo famoso saggio, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Walter Benjamin sostiene che la possibilità di riprodurre e diffondere a livello di massa l’opera artistica, ha radicalmente cambiato l’atteggiamento verso l’arte sia degli artisti sia del pubblico. Ma non siamo tornati indietro di un passo. E’ andata così. La stampa, la litografia, la fotografia hanno impresso cambiamenti radicali che sempre più hanno svincolato il prodotto artistico dalla manualità, accelerando in modo drastico il processo produttivo. Il concetto di unicità e irripetibilità dell’opera d’arte è finito e con questo anche il confine tra vero e falso. Ora qualcuno dovrà scrivere un nuovo saggio, oltre a Benjamin, perché non si tratta più di “riproducibilità” tecnica, ma di netta “producibilità”.Dopo l’opera di Benjamin qualcuno dovrà scrivere un nuovo saggio, perché non si tratta più di “riproducibilità” tecnica, ma di netta “producibilità”Quando il sindacato degli sceneggiatori di Hollywood ha scioperato due anni fa, una delle questioni chiave della protesta era l’utilizzo dell’intelligenza artificiale da parte degli studi cinematografici e televisivi per la scrittura delle sceneggiature. Nel frattempo, la base di tutti gli strumenti di AI sono i modelli linguistici su larga scala, addestrati su testi, immagini e video creati da esseri umani nel corso dei decenni per produrre i loro risultati. Studi di Hollywood, attori e autori hanno intentato cause legali per violazione del copyright contro diverse aziende di intelligenza artificiale. Tuttavia, l’Academy non ha emesso un divieto più ampio sull’uso dell’AI nei film. Al di fuori della recitazione e della sceneggiatura, se un regista utilizza strumenti di AI nel suo lavoro, tali strumenti “non favoriscono né ostacolano le possibilità di ottenere una nomination”, ha scritto l’Academy. In questo scenario, come in tutti gli scenari in cui si ha paura di perdere qualcosa, l’atteggiamento dell’Academy è quello protezionistico. Come nei casi degli animali in via di estinzione. Proteggiamo la categoria degli sceneggiatori, proteggiamo la categoria degli attori.E perché invece per quanto riguarda la scenografia abbiamo sempre accettato di buon grado che le scene generate con computer graphic potessero essere utilizzate? Fondali creati da zero al computer, mentre sul set c’è solo un pannello verde. La tecnologia è parte integrante della produzione cinematografica da molti anni, e l’uso della computer grafica (Cgi) è ampiamente diffuso sin dagli anni Novanta. Mentre la Cgi è generalmente considerata un processo manuale, qualcosa che viene fatto e perfezionato dagli esseri umani per creare elementi di un film, gli strumenti di intelligenza artificiale sono generalmente progettati per automatizzare completamente il lavoro tramite semplici comandi. Con la produzione generata dall’intelligenza artificiale l’attore al cinema è destinato a perderà la sua aura. E questo fa tremendamente paura. Fa paura ad una industria basata sullo star system. L’aura di cui parla Benjamin è quella sensazione di trovarsi a contatto con la presenza materiale dell’esemplare originale. Questo contatto crea un effetto mistico/religioso.Perché per la scenografia abbiamo sempre accettato di buon grado che le scene generate con computer graphic potessero essere utilizzate?Così avviene per lo star system: avere davanti agli occhi, in carne ed ossa, i Beatles generava scene deliranti tra il pubblico, così come oggi può avvenire quando Leonardo DiCaprio viene riconosciuto in pubblico. Ma come si fa a dire se una sceneggiatura è stata scritta con l’ausilio dell’AI? E’ tempo perso. Già oggi, e siamo solo all’inizio di questo processo, gli sceneggiatori costantemente fanno uso dell’AI se non altro per scalettare e rivedere quando non per scrivere, digitando dei prompt. Allo stesso modo dirimere il vero dal falso diventerà sempre più un’operazione sofistica. Basti pensare a quello che è stato fatto con Tilly Norwood: non essendo un personaggio reale il tema è controverso, perché solleva domande come: gli attori umani verranno sostituiti? Chi possiede i diritti di un volto generato da AI? E’ etico creare “persone finte” credibili? Ma, ci si può spingere oltre e chiedere: ha senso parlare di qualcosa di reale al cinema? Il cinema oggi sono pixel, mentre reale è quello che esiste fisicamente nel mondo (una persona, un oggetto, un evento). Cos’è vero? Cos’è falso? La rincorsa dell’Academy, che si sente portare via il terreno da sotto ai piedi, è comprensibile. Ma la storia non si nutre di prudenze e di timori, piuttosto è un processo inesorabile.Stockfish è generalmente considerato il motore scacchistico più forte al mondo, open source e gratuito. Analizza milioni di posizioni al secondo, batte costantemente tutti gli altri motori nei test ufficiali. In pratica: su un computer moderno, Stockfish gioca a un livello molto superiore al miglior umano (tipo Magnus Carlsen). Ma tu hai voglia di giocare contro Stockfish, sapendo che hai già perso in partenza, o hai voglia di giocare contro qualcuno che sai di poter battere perché, come te, è limitato. La seconda, senza dubbio. Perciò è nei nostri limiti e nella nostra incompiutezza, nella nostra fragile vulnerabilità che sta il concetto di “umano”. E di questo abbiamo bisogno per riconoscerci, per sentirci vivi e per emozionarci. Personalmente non riesco più a emozionarmi di fronte alle foto premiate nei concorsi fotografici. Non ci credo più. Per me quel mondo lì ha perso molta della sua magia, della sua aura. L’anno scorso il premio del National Geographic è stato vinto da un’immagine che mostra una iena che si aggira in una città fantasma abbandonata, un tempo sede di miniere di diamanti in Namibia. E’ un’immagine che osservo ma che non mi dà nessuna emozione. Oppure il premio Pulitzer 2025 per la fotografia è stato assegnato all’immagine dell’attentato a Donald Trump in Pennsylvania, con uno scatto che viene descritto come “straordinario” perché sembra catturare la scia di un proiettile in volo vicino alla testa dell’ex presidente. Non saprei dire se corrisponde a una realtà fisica oppure se è una elaborazione grafica. Perciò, nel dubbio, mi raffreddo e mi distacco.Il cinema sta nelle mani di chi lo fa, di chi lo pensa e di chi lo produce. Nessuno si sogna più di disegnare i cartoni animati come faceva Walt Disney con Biancaneve e i sette nani, con fogli e fogli pieni di schizzi fatti a mano e colorati a mano. Guardi Biancaneve e ti senti davanti a un classico. Ma nessuno più disegna a mano. Disney nel 2006 ha comprato la famosa azienda “Pixar”, che è stata la prima casa cinematografica ad aver sviluppato un lungometraggio interamente in computer grafica (Toy Story, 1995). Il nome “Pixar” deriva ovviamente da pixel, solo che non sono più i puntini accostati col pennello, pazientemente e ossessivamente, dalla mano di Georges Seurat nella sua grande tela della Grande-Jatte, ma sono i puntini che nella grafica computerizzata producono l’immagine digitale. Forse nel mondo del cinema nessuno pensava che le cose sarebbero cambiate così rapidamente. Ma del resto, come ha brillantemente sintetizzato Harvey Sachs, forse soltanto i più pessimisti tra i profeti avrebbero predetto che entro venticinque anni dopo la morte di Verdi nel 1901 il repertorio operistico italiano sarebbe giunto a un ristagno, o che la scomparsa di Verdi prefigurasse la morte dell’opera come forma d’arte raffinata con un richiamo di massa. Così come durante la guerra di Sarajevo il teatro era l’arte che continuava a essere praticata perché non ha bisogno di nulla se non di esseri umani, allo stesso modo l’attore teatrale non risente della tecnica, perché la sua mimesis si pone sostanzialmente fuori dallo sviluppo tecnologico, ed è unplugged. Lo spinotto è staccato, nessuno può intervenire. Ed è lì che quando succede, accade la magia.A Sarajevo il teatro era l’unica arte che continuava a essere praticata durante la guerra, perché non ha bisogno di nulla se non di esseri umaniIn conclusione, la mossa difensiva dell’Academy rischia di diventare rapidamente obsoleta. La storia del cinema è fatta di tecnologie inizialmente viste come “non pure”, dal sonoro al Cgi, che poi sono diventate standard. Se l’AI resterà uno strumento e non un autore, la distinzione reggerà. Ma se inizierà a contribuire in modo sostanziale e riconoscibile, l’Academy dovrà probabilmente evolvere le sue categorie invece di escludere a priori.
L’Academy si affanna per salvare il cinema dall’AI, ma è una battaglia persa
La storia del cinema è fatta di tecnologie inizialmente viste come “non pure” che poi sono diventate standard. Se l’AI resterà uno strumento e non un autore, la distinzione reggerà. Ma se inizierà a contribuire in modo sostanziale e riconoscibile, l’Academy dovrà probabilmente evolvere le sue categorie invece di escludere a priori











